Traductions - Revue de l'ENSA-M
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TRADUCTION, NOVEMBRE 2017 – MAI 2019.

Bien que Luigi Caccia Dominioni soit un architecte important de la scène architecturale milanaise peu d’ouvrages lui sont consacrés et aucune publication française n’existe sur cet architecte à ce jour. Léa Coulomb et Daniel Masia ont pour leur parcours recherche traduit à peu près toute la littérature existante sur cet architecte. Il est proposé, ici, une sélection de ces traductions ainsi que les textes originaux.

LUIGI CACCIA DOMINIONI TOUR A MILANO • LUIGI CACCIA DOMINIONI TOUR À MILAN

Texte original : ELLE DECOR. Lien : http://www.elledecor.it/magazine/Itinerario-Caccia-Dominioni-architetto-Milano-ricostruzione-anni-50-70

Nel capoluogo lombardo sulle tracce di uno dei più eleganti progettisti dei nostri tempi.
In occasione della triste scomparsa di Luigi Caccia Dominioni riproponiamo un pezzo dal nostro archivio per ripercorrere i lavori del grande architetto. Probabilmente Luigi Caccia Dominioni verrà ricordato come il migliore e il più rappresentativo architetto della Milano della ricostruzione, dagli Anni 50 agli anni 70.
Nel cuore della città, ci sono una ventina di edifici progettati da lui : sono in gran parte intonacati, di mattoni o rivestiti in clinker. Il suo primo edificio significativo è un palazzo che risale al 1947 e si trova in piazza Sant’Ambrogio, dove abita da sempre.
Partendo dal centro città, da segnalare un edificio accanto a piazza Meda, uno in corso Monforte, uno in corso Europa, uno in piazza Velasca, uno in via Santa Maria alla Porta e uno in via Cavalieri del Santo Sepolcro. Tra la Cerchia dei Navigli e quella dei Bastioni, troviamo il bell’edificio di via Calatafimi, il palazzotto di via Massena, il blocco ad alta densità di appartamenti di via Nievo in zona Fiera, la casa all’inglese di via XX Settembre, una specie di villa di campagna. C’è poi una bella torre-piccionaia in via Maroncelli, in cui i mattoni formano una filigrana che ricorda i granai delle cascine. Più fuori, tra il centro e la periferia dove in quegli anni sopravvivevano ancora molte cascine, ci sono forse due tra gli edifici migliori di Caccia : quello di piazza Carbonari e la sede degli uffici della fabbrica Loro & Parisini in via Savona.
Quello di piazza Carbonari, un capolavoro del 1961, è una palazzina rivestita in piastrelle, con finestre di alluminio disposte apparentemente a caso sulle facciate, un tetto ripido e multifalda in metallo ; è oggi riverita da molti architetti svizzeri per la sua iconicità.

Traduction

Dans la capitale lombarde, sur les traces de l’un des créateurs les plus élégants de notre temps.
A l’occasion de la triste disparition de Luigi Caccia Dominioni, nous proposons une pièce de nos archives pour retracer l’œuvre du grand architecte. Luigi Caccia Dominioni restera probablement dans les mémoires comme le meilleur et le plus représentatif des architectes de la reconstruction de Milan, des années 50 aux années 70.
Au cœur de la ville, une vingtaine de bâtiments sont de sa conception : ils sont pour la plupart enduis, en briques ou revêtus de céramiques. Son premier bâtiment important est un bâtiment datant de 1947, il est situé sur la Piazza Sant’Ambrogio, où il a toujours vécu.
A partir du centre‑ville, on peut remarquer un de ses bâtiments à côté de la Piazza Meda, un autre sur le Corso Monforte, un sur Corso Europe, un sur la Piazza Velasca, un Via Santa Maria alla Porta mais aussi un Via Cavalieri del Santo Sepolcro. Entre l’anneau des Navigli et celui des Bastioni, on trouve le bel édifice Via Calatafimi, l’immeuble de Via Massena, le bloc à haute densité d’appartements Via Nievo dans la zone de la Fiera, la maison anglaise Via XX Settembre, une sorte de villa de campagne. Il y a ensuite une belle tour‑pigeonnier sur la Via Maroncelli, où les briques forment un filigrane qui rappelle les greniers des fermes. À l’extérieur, entre le centre et la banlieue où de nombreuses fermes ont survécu à cette époque, il y a probablement deux des meilleurs bâtiments de Caccia : celui de la Piazza Carbonari et les bureaux de l’usine Loro & Parisini, sur Via Savona.
Celui de la Piazza Carbonari, un chef‑ d’œuvre de 1961, est un bâtiment revêtu de carreaux de faïence, avec des fenêtres en aluminium disposées de manière apparente et aléatoire sur les façades, un toit abrupt en multiples couches de métal. Il est aujourd’hui vénéré par de nombreux architectes suisses pour son côté iconique.


Texte original : ORDINE ARCHITETTI. Lien : http://www.ordinearchitetti.mi.it/it/mappe/itinerario/45-luigi-caccia-dominioni/saggio

Luigi Caccia Dominioni è sicuramente tra i più autorevoli interpreti di quella tradizione milanese e lombarda dell’architettura riconducibile ad una disciplinata adesione alla realtà in cui ogni soluzione architettonica, pur non rinunciando a ricercate soluzioni formali, è sempre ricondotta ad una stringente logica architettonica, sapiente risultato di un’attenta quanto paziente sintonia con il luogo del progetto, le tecniche ed i materiali dell’opera. Attraverso un coerente percorso professionale il suo contributo sembra stabilire un punto di contatto tra il rigore del “modello razionalista” e le libertà espressive della “proposta organica”, senza mai tralasciare un’osservazione costante nei riguardi delle “preesistenze ambientali”. Il breve itinerario milanese intende quindi toccare alcuni capisaldi della sua opera con l’obiettivo di far affiorare le peculiarità di un instancabile ricerca progettuale mai legata ad una teoria scritta o insegnata, bensì affidata alla cristallizzazione degli oggetti costruiti in cui l’essenza di un mestiere traspare nel “senso della misura” e in una “rispettosa esecuzione” delineando la propria originale calligrafia compositiva.
Nel percorso di studio e professionale di Caccia Dominioni, come ci ricorda M.A. Crippa, “sono chiaramente leggibili tracce consistenti di figure che la storiografia del contemporaneo individua come razionaliste, organiche, storiciste, non però in un’eclettica miscela di componenti. Le stagioni culturali che, per contingenza storica, l’architetto attraversa, lo segnano con il contributo di accenti diversi, che egli riesce a far serenamente coesistere, modulandoli in un rapporto di reciprocità che non esclude a priori le differenze”.
Questa sintetica ma incisiva chiave di lettura dell’opera di LCD è molto utile per osservare, nel tentativo di intraprendere un percorso di comprensione, le sue tante e differenti opere nell’intenzione mai riposta di volerle integrare alla specificità di un luogo, di un paesaggio. Il rapporto architettura e città definisce lo sfondo entro il quale si muove il nostro itinerario e le opere che lo compongono affinchè si possa chiarire il percorso di costruzione del progetto d’architettura da parte dell’autore. Le opere di Caccia Dominioni, disseminate nella città, spesso costruite quando l’abitato circostante non aveva ancora assunto l’assetto attuale, altre volte sorte in ambiti urbani consolidati, si configurano quali cristallizzazioni di un approccio progettuale in cui l’opera, nel prendersi cura degli spazi urbani irrisolti o ancora in attesa di una configurazione definitiva, tenta di manifestare relazioni e preservarle, di rapportarsi al tessuto delle pre‑esistenze, ristabilendo una continuità con il racconto della città. La chiave di questa efficace sintonia tra architetture e città risiede in primo luogo nella vocazione urbanistica dell’approccio metodologico alla progettazione di Caccia, convinto assertore del ruolo della pianta quale matrice generativa dell’intero progetto, strumento per operare un efficace controllo della configurazione degli ambienti ed una funzionale definizione dei percorsi, ma sopratutto trascrizione di un’idea di spazio dinamico indissolubilmente legato al movimento dell’uomo ; in secondo luogo in un coerente ambientamento perseguito attraverso una “elegante” manipolazione degli elementi iconografici più caratteristici dell’ambiente urbano circostante, nelle opere ripresi e reinterpretati, o ancora mediante una sintonia materico-cromatica delle sue architetture con il contesto. Ripercorrendo alcune delle opere più significative realizzate da Caccia, si rintracciano i capisaldi di una ricerca tesa alla conformazione di una soluzione progettuale capace di interpretare le tracce della città, il carattere urbano dei luoghi per disporre un progetto di spazio in cui l’uomo e le sue necessità siano assunte come prioritarie.

Traduction

Luigi Caccia Dominioni est parmi les plus éminents interprètes de la tradition de l’architecture milanaise et lombarde en raison d’une adhésion disciplinée à la réalité. Chaque solution architecturale est toujours réduite à une stricte logique, sans pour autant renoncer aux solutions formelles raffinées. Ceci est rendu possible grâce à une minutie et une patiente symbiose entre l’architecte et le lieu, les techniques ainsi que les matériaux. Sa contribution semble établir un point de contact entre la rigueur du « modèle rationaliste » et la liberté d’expression de la « proposition organique » sans pour autant négliger l’observation de « l’environnement pré-existant ». Le court itinéraire Milanais a l’intention d’exploiter quelques-unes des pierres angulaires de son travail afin de faire ressortir les particularités d’une infatigable recherche conceptuelle. Jamais théorisée, ni enseignée, elle reste cristallisée dans sa production. L’essence de son métier transparaît dans le « sens de la mesure » et dans « l’exécution respectueuse » : on peut parler d’une calligraphie compositionnelle originale propre à Caccia Dominioni.
Dans le parcours d’étudiant et de professionnel de Caccia Dominioni, comme nous le rappelle M.A. Crippa, « à travers un oeil contemporain, des traces consistantes de figures relèvent du rationalisme, de l’organique et de l’histoire sans pour autant tomber dans un mélange éclectique des composants. L’architecte traverse plusieurs périodes historiques qui le marquent. Avec les différents éléments caractéristiques de ces périodes, il réussit à créer un rapport de respect réciproque en les faisant coexister. Il ne renonce pas aux différentes nuances».
Cette clef de lecture de l’oeuvre de Luigi Caccia Dominioni, synthétique mais incisive, est très utile pour observer, dans un effort de compréhension, ses multiples et diverses oeuvres toujours marquées par l’intention de les intégrer à la spécificité d’un lieu ou d’un paysage. La relation entre l’architecture et la ville définit le contexte de notre itinéraire et les œuvres qui le composent afin que nous puissions clarifier le chemin de conception architecturale de l’auteur. Les œuvres de Caccia Dominioni, dispersées dans la ville, sont souvent construites lorsque le bâti environnant n’a pas encore pris sa forme actuelle. Parfois nées dans des régions urbaines plus denses, elles font partie d’une approche conceptuelle qui prend soin des espaces urbains indéfinis (ou en attente d’une configuration définitive) tout en essayant de montrer les relations et de préserver ces dernières. Le but est de créer un lien avec le préexistant, de rétablir la continuité avec la ville. La clé de cette harmonie efficace entre architecture et ville se trouve :

  •   d’une part, dans l’approche méthodologique de la conception de Caccia, fervent partisan du rôle du plan en tant que matrice génératrice de l’ensemble du projet. Cet outil permet de contrôler efficacement le rapport à l’environnement, de définir facilement des parcours fonctionnels, mais surtout de transcrire une idée d’espace dynamique indissolublement liée au mouvement de l’homme ;
  • d’autre part, dans cette « élégante » manipulation d’ éléments iconographiques caractéristiques de l’environnement urbain qu’il reprend ou ré‑interprète dans ses oeuvres, ou encore dans l’harmonie chromatique et de matériaux qu’il met en place par rapport au contexte architectural. En passant par quelques‑unes des œuvres les plus significatives de Caccia, nous pouvons découvrir les fondements d’une recherche de solutions conceptuelles, capables d’interpréter les traces de la ville, le caractère urbain des lieux et de concevoir un projet spatial dans lequel l’homme et ses besoins sont considérés comme des priorités.

Texte original : ETROPOLISMAG. Lien : http://www.metropolismag.com/architecture/luigi-caccia-dominioni-master-of-italian-modern-design-dies-at-102/

Luigi Caccia Dominioni, Master of Italian Modern Design, Dies at 102. Caccia Dominioni greatly influenced industrial design of the 20th century.
Modern architect and designer Luigi Caccia Dominioni died yesterday at the age of 102, just a few weeks shy of his 103rd birthday. He was the last member of a group of Milanese architects, planners and designers—including Gio Ponti and Ignazio Gardella—that founded Italian Modern design and enormously influenced the industry throughout the 20th century.
According to Brian Kish, a dealer and expert in Italian 20th-century design based in Manhattan, Caccia Dominioni was central to modern design’s progress : “His design aesthetic was sober, yet adventurous and challenging. It was charged with recurring enigmas unlike any other work of architecture in the second half of the 20th century. To my mind, he continued the path of Adolf Loos into unexpected territories.”
Caccia Dominioni, who graduated from Milan’s Polytechnic School, envisioned design, urban planning, and architecture as one intertwined discipline that aimed to improve people’s quality of life.
In 1947 along with Gardella and Corrado Corradi Dell’Acqua he founded Azucena, an artisanal manufacturing company that produced lamps, armchairs, handles, and design objects that experimented with new materials and forms. It’s impossible to name all the objects that Caccia Dominioni designed, but among the many masterpieces are the Porcino table lamp (1967), the Monachella floor lamp (1957), the Battibus chair (1959), and the San Babila door handle (1968), produced for Olivari.
Among his architectural works, some residential buildings stand out for their elegance and detail, particularly the residential complex at San Felice, Segrate (1967‑75) that he designed with Vico Magistretti, his home in Piazza Sant’Ambrogio, Milan (1947‑50), and the residential tower in Via Massena, Milan (1959‑63).
Whether he was working on a public square, a small apartment, or a floor lamp, every project had a strong architectural and urban component. As Caccia Dominioni affirmed, “my entrances, my stairs, and also my furniture are all urban planning projects.”

Traduction

Luigi Caccia Dominioni, maître du Design Moderne Italien, est mort à l’âge de 102 ans. Il a grandement influencé le design industriel du 20ème siècle.
L’architecte et designer moderne Luigi Caccia Dominioni est mort hier à 102 ans, à quelques semaines de son 103ème anniversaire. Il était le dernier membre d’un groupe d’architectes milanais, de designers et de planificateurs ‑ dont faisaient partie Gio Ponti et Ignazio Gardella – à l’origine du Mouvement moderne Italien et qui a énormément influencé la production industrielle tout au long du 20ème siècle.
Selon Brian Kish, un chercheur et expert du 20ème siècle italien basé à Manhattan, Caccia Dominioni était au centre du progrès du design moderne. « Son design esthétique était sobre, mais aventureux et stimulant. Il était chargé d’énigmes récurrentes comme aucun autre travail architectural dans la seconde moitié du 20ème siècle. Selon moi, il a prolongé le travail d’Adolf Loos jusque dans des territoires inexplorés ».
Caccia Dominioni, diplômé de l’école Polytechnique de Milan, voyait l’architecture, l’urbanisme et le design comme des disciplines entremêlées destinées à améliorer la qualité de vie des personnes.
En 1947, aux côtés de Gardella et Corrado Corradi Dell’Acqua, il fonde Azucena, une compagnie de production artisanale à l’origine de lampes, fauteuils, poignées et d’objets design qui jouent avec des matériaux et formes innovants. Il est impossible de nommer tous les objets dont Caccia est à l’origine, mais parmi les plus notables il y a la lampe de chevet Porcino (1967), la lampe à pied Monachella (1957), la chaise Battibus (1959) et la poignée de porte San Babila (1968), conçue pour Olivari.
Parmi ses travaux architecturaux, certains bâtiments résidentiels se distinguent par leur élégance et leurs finitions, plus particulièrement le complexe résidentiel à San Felice, Segrate (1967‑75) et la tour résidentielle Via Massena, à Milan (1959‑63).
Qu’il travaille sur un espace public, un petit appartement, une lampe à pied, chaque projet possède un intérêt architectural et urbain. Comme l’affirmait Caccia : « Mes halls, mes escaliers, et même mes meubles sont tous des projets d’urbanisme ».


Texte original : FEIERSINGER MARTIN & WERNER, ITALO MODERN 1 Architecture in Northern Italy, 1946-1976, Park books Edition, 2016, pp.138-141.

Born in 1913 in Milan. Studied architecture at the Politecnico in Milan ; graduated in 1936. Dominioni teamed up with Livio and Pier Giacomo Castiglioni for the design of several competition projects, interiors, flatware services, and even radios before setting up his own office in 1945. During a period lasting some sixty years and marked by all-consuming dedication to his work, Caccia Dominioni devised, in his own words, «hundreds of projects». Presence on the building site and the painstaking implementation of his designs were more important to him than taking part in the contemporary discourse. With his designs of elegant ceramic facades he established a school of his own : the office building on Via Savona and the orphanage on Via Catatafimi mark the beginning of his use of the material. He also designed furniture, lamps and other accessories – for example, door handles – for use in his resdential work. In 1947, in order to serially produce their own designs, Caccia Dominioni, Ignazio Gardella and Corrado Corradi Dell’Acqua established the firm Azucena.

Traduction

Né en 1913 à Milan. Il étudia l’architecture à l’école Polytechnique de Milan, et en sort diplômé en 1936. Dominioni s’associe avec Livio et Pier Giacomo Castiglioni pour la conception de plusieurs projets, intérieurs, services et même radios avant de fonder sa propre firme en 1945. Durant une période d’une soixantaine d’années marquées par un dévouement sans pareil à son travail, il dessine, selon ses propres termes, des « centaines de projets ». La présence et l’implantation minutieuse de ses bâtiments furent pour lui bien plus importantes que de participer aux discours contemporains. Avec le design élégant de ses façades en céramique, il crée sa propre école : les bureaux Via Savona et l’orphelinat Via Calatafimi marquent le début de l’utilisation de ce matériau. Il dessine aussi des meubles, lampes et autres accessoires ‑ par exemple des poignées de porte – pour les utiliser dans ses projets résidentiels. En 1947, afin de produire en série leur propre design, Dominioni s’associe à Ignacio Gardella et Corrado Corradi Dell’Acqua, avec qui il fonde Azucena.


IOARCH. LIEN : http://www.ioarch.it/scompare_a_102_anni_%20luigi_caccia_dominioni-982-2.html

Avrebbe compiuto 103 anni il 7 dicembre, giorno di Sant´Ambrogio. E´ morto oggi l´architetto Luigi Caccia Dominioni, uno dei grandi protagonisti dell´architettura milanese del dopoguerra. Lo ricordiamo ripubblicando la conversazione che avevamo avuto con lui, un pomeriggio del 2005, presso il suo studio in Piazza sant’Ambrogio. Nel seminterrato di Casa Caccia Dominioni che fu anche il suo primo progetto.
Architetto, scultore, designer. Luigi Caccia Dominioni vive e lavora al 16 di piazza Sant’Ambrogio a Milano, nel palazzo di famiglia che fu anche la sua prima opera di giovane architetto. Una casa importante, nel cuore di questa città dove è nato, cresciuto e si è laureato nel 1936. Tra i suoi amici e compagni di corso c’erano i grandi nomi dell’architettura e del design come Livio e Piergiacomo Castiglioni, Marco Zanuso, e architetti che hanno raggiunto il successo in discipline diverse come Renato Castellani, Alberto Lattuada e Luigi Comencini, che sono diventati grandi registi cinematografici. La personalità – si capisce – è forte, ma è mischiata con una singolare semplicità e accostata a una gentilezza con la quale nasconde gli spigoli di un carattere molto deciso, tutt’altro che accomodante. Riceve tutti, anche senza appuntamento ; la gente entra, gli chiede consiglio e lui risponde, garbato e sbrigativo.
Vicino a lui tutto appare più semplice e più bello. Sembra che sappia distinguere immediatamente ciò che è importante da quello che non lo è, per istinto.
Il motivo del suo successo ? Fin da giovane riesce a capire i bisogni delle famiglie, i desideri delle persone, li interpreta e li realizza. Caccia Dominioni ha il senso del bello, ce l’ha dentro e lo esprime nelle cose che fa per sé e per gli altri. Per questo è tanto amato, e tanto invidiato da suscitare gelosie e polemiche, ogni volta che fa qualcosa. E di cose ne ha fatte moltissime nella sua lunga e fortunata carriera. Il tavolo appena dentro è immenso e pieno di carte, faldoni, libri. Gli ospiti vanno e vengono, parlano sottovoce per non disturbarlo e lo salutano piegandosi un pochino. Per parlare tranquilli scendiamo, una scaletta breve e sotto incontriamo un altro spazio bellissimo.
Intervista 2005 :
Architettura come medicina. Una volta era una facoltà che si sceglieva per passione. È stato così per lei ?
Sì. Ma c’è da dire una cosa, lei deve sapere che io sono nato il 7 dicembre, il giorno di Sant’Ambrogio. Io mi sentivo attratto in modo particolare dalle opere del Bernini, sono andato a vedere sui libri alla voce Bernini Gian Lorenzo e mi sono accorto che anche lui, che di scultura s’intendeva, era nato un 7 dicembre. Era scritto. Io sono nato architetto e lavoro con l’intento di far bello. Studio le case e le loro piante in modo tale che la gente dentro ci stia bene, quella è la differenza tra me e gli altri architetti. Io sono un piantista, questo è il mio mestiere e lo dico sempre! Il che significa far nascere le case dal di dentro, partendo dal letto, dal tavolo da pranzo… Dai particolari si arriva al generale, non il contrario.
Le sue case sono molto eleganti e molto personali. In Valtellina, a Montecarlo, e soprattutto qui a Milano. Dica architetto, che cosa pensa della Milano di oggi ?
Milano è un disastro in questo momento, non le sembra ? Secondo me, a mio parere. Un disastro perché le cose importanti si fanno senza quel minimo necessario discernimento. Si chiamano grandi, bravissimi architetti per poter fare delle offerte e per poter vincere dei concorsi, ma quello che conta è altro. Sarebbe di gran lunga meglio fare dei progetti molto più posati e molto più tranquilli, ma fatti conoscendo bene la città, le sue esigenze, i suoi problemi, l’ambiente, i necessari collegamenti, l’inserimento del nuovo col vecchio e comunque con quanto c’era e c’è lì da unire, collegare e far crescere insieme.
Invece…
Invece si chiamano queste grandi autorità dell’architettura, si mettono insieme un po’ come si fa per mettere assieme una équipe sia essa di calcio o di pallacanestro, ecco. Capisce… Quindi sa, siamo nel mondo di queste cose, per vendere i terreni ex‑Fiera si fa un concorso a chi offre di più. E questa a me non sembra la via migliore, il modo di risolvere i problemi. Ci vuole ben altro, occorrono capacità e cultura, tanta, tanta buona volontà e impegno.
E quando passeggia per Milano, cosa le piace ?
Quando passeggio per la città quello che mi piace è ancora la vecchia Milano, il centro che ancora ha una certa misura e una certa serietà e compostezza. Anche se quando è stata fatta la ricostruzione dopo i bombardamenti si è persa l’occasione, forse la grande occasione di fare un po’ come a Vienna, un ring di giardini tra il Naviglio e la circonvallazione. E lì fare una città con una specie di anello costellato di grattacieli, una sola semplice ma brillante idea. Che il centro rimanesse centro antico come era, attorno un ring moderno fatto di giardini e torri le più alte possibili ; oltre il ring una periferia di qualità. Che allora si poteva e si doveva fare con una Milano semi‑distrutta com’era. Insomma, una grande occasione perduta.
Non è stato fatto. E adesso…
No. Adesso niente, adesso cosa vuol che le dica, io sono vecchio ormai ho finito la mia partecipazione. Ho fatto quello che potevo. Nel mio piccolo, capisce.
Ma lei che cosa pensa dell’architettura ?
Vede, io ho un’idea mia dell’architettura, fatta come servizio, per fare case serie che nascano dall’interno, come un’automobile deve nascere dal telaio e dal motore e non dalla carrozzeria. Invece adesso si fa tutto l’inverso. Si fa la forma esterna e poi l’interno come viene viene. Insomma ecco, un modo proprio differente, un modo diverso di fare. Cioè io concepisco l’architettura come qualcosa che deve dare. Qui invece la prima cosa che si fa è la forma esterna, ci si costruisce il monumento. Comunque Milano resta una grande città, dove si sa lavorare e questa è cosa molto importante. Però è una città che rispetto a Parigi, New York, cosa vuole è come Pavia. Però, però Pavia è bella, è simpatica, piena di cose belle e importanti. E quindi tanto di cappello.
Che cosa è cambiato nella sua professione nel corso dell’ultima metà del secolo scorso ? Nel modo di lavorare ?
È cambiato che più ero giovane, più potevo contare su artigiani bravi, più ero giovane, più facevo disegni buoni, ma non bellissimi ; l’artigiano correggeva e le cose riuscivano molto belle. Adesso mi sembra di fare delle cose belle, e mi sembra che non riescano così belle, perché l’artigiano le tradisce in negativo. Comunque io ho la fortuna di trovare ancora artigiani bravi, sono vecchio, conosco tanta gente e mi appoggio a quelli bravi. Nel nostro lavoro, per raggiungere un ottimo risultato non basta essere bravi, bisogna saper costruire una buona squadra.
Il suo lavoro più bello ?
Io sono abbastanza soddisfatto dei miei lavori, nei quali alla fine trovo un po’ meno errori che in altri. Purtroppo spesso i più belli sono progetti che non si realizzano. Una casa che mi piace sempre molto è quella di piazza Carbonari, anche Ippolito Nievo è buona così come la casa di Santa Maria alla Porta e quella di via Cino del Duca. Ma i pezzi di cui mi vanto sono due chicche particolari, e cioè il piccolo collegamento tra San Fedele e la casa della Chase Manhattan e il pavimento del presbiterio della basilica di Sant’Ambrogio, che ho realizzato recentemente e che ha suscitato tante polemiche. Eppure quel pavimento non è solo bello, è straordinariamente bello.
Che opera le piacerebbe aver fatto lei ?
Tutto. Per la grande passione che ho per il mio mestiere, ma se fossi proprio costretto a scegliere, direi per esempio il San Satiro di Bramante.
Chi è Luigi Caccia Dominioni ?
Una brava persona, semplice, che cerca di lavorare bene.
Ma solo per un’élite…
Non è vero, non è assolutamente vero. Io lavoro per chi mi chiama. Anzi, più la persona è semplice e ha pochi mezzi, più io lavoro con intensità e con maggior gusto. Mi sono divertito una volta a fare degli appartamenti piccoli, che ho chiamato Appartamento Pirelli, Appartamento Agnelli, perché anche l’appartamento piccolo può e deve avere una sua classe, riuscire ad avere alte qualità pur nella piccola dimensione ed un suo tono dignitoso.
Si laurea a Milano nel 1936 e qui inizia l’attività professionale con Livio e Piergiacomo Castiglioni. Negli anni della guerra si dedica all’arredamento e al design – da ricordare i suoi apparecchi radio Phonola – attività che non abbandona e che lo porta a realizzare diversi elementi d’arredo, dalle poltrone alle posate di Alessi, alle maniglie Olivari.
Coerente continuatore della tradizione lombarda, si esprime con eccellenti risultati nell’intera gamma delle soluzioni abitative : dalla villa cittadina alla residenza di campagna, dal singolo edificio residenziale ai complessi di San Felice o di Monticello.
A Milano realizza importanti edifici in diverse zone della città : in via Carbonari, via Ippolito Nievo, via Tamburini, Santa Maria alla Porta, piazza Velasca e corso Europa, definita per un ampio tratto dai suoi sei palazzi neri. Un cenno a parte merita la fabbrica della Loro Parisini. Numerosissime le ville in Lombardia, importanti quella di Palau, in Sardegna, e la villa Stoppani in Milano. Degli anni ottanta sono il grattacielo e le case del Parc St. Roman, nel Principato di Monaco. Da ricordare la biblioteca Vanoni a Morbegno, la chiesa di San Biagio a Monza e quella di San Martino ad Arenzano, e ancora l’orfanotrofio dell’Addolorata a Milano, l’abbazia di Viboldone nel milanese e il convento agostiniano di Poschiavo, in Engadina.
Impossibile riassumere in poche righe tanti anni di attività, ma non possiamo dimenticare il rifacimento della Pinacoteca Ambrosiana, di parte del museo Poldi Pezzoli, del teatro dei Filodrammatici fino alla recente sistemazione di piazza San Babila, con la nuova Fontana e i collegamenti in quota della Fiera di Milano.
L´Ordine degli architetti di Milano ha dedicato uno dei suoi itinerari di architettura alle opere di Luigi Caccia Dominioni.

Traduction

Il aurait eu 103 ans le 7 décembre, jour de la Saint‑Ambroise. L’architecte Luigi Caccia Dominioni, l’un des grands protagonistes de l’architecture milanaise d’après‑guerre, est décédé aujourd’hui. Nous lui rendons hommage en re-publiant la conversation que nous avions eue avec lui, un après‑midi de 2005, dans son atelier à Piazza Sant’Ambrogio, dans le sous‑ sol de la Casa Caccia Dominioni, qui fut son premier projet.
Architecte, sculpteur, designer. Luigi Caccia Dominioni vivait et travaillait au 16 Piazza Sant’Ambrogio à Milan, dans le palais familial qui fut aussi sa première œuvre en tant que jeune architecte. Une importante maison au coeur de cette ville où il est né, a grandi et obtenu son diplôme en 1936. Parmi ses amis et camarades de classe figuraient de grands noms de l’architecture et du design comme Livio et Piergiacomo Castiglioni, Marco Zanuso, et des architectes qui ont réussi dans différentes disciplines telles que Renato Castellani, Alberto Lattuada et Luigi Comencini, qui sont devenus de grands réalisateurs. Sa personnalité ‑ on pouvait l’entendre ‑ était forte, mais mêlée à une simplicité singulière et doublée d’une gentillesse avec laquelle il cachait les traits d’un caractère très décisif, loin d’être accommodant. Il recevait tout le monde, même sans rendez‑vous; les gens entraient, demandaient conseil, il répondait, avec politesse et concision.
Près de lui tout avait l’air plus simple et plus beau. Il semblait qu’il puisse immédiatement distinguer ce qui était important de ce qui ne l’était pas, instinctivement.
La raison de son succès ? Jeune homme, il comprenait les besoins des familles, les désirs des gens, les interprétait et les réalisait. Caccia Dominioni avait le sens de la beauté. Il l’avait à l’intérieur de soi et l’exprimait dans les choses qu’il faisait pour lui-même et pour les autres. C’est pour cela qu’il était tant aimé, et qu’il suscitait de la jalousie et provoquait des polémiques chaque fois qu’il faisait quelque chose. Et il a fait de nombreuses choses durant sa longue et chanceuse carrière. Son bureau était immense et plein de papiers, de dossiers et de livres. Les invités allaient et venaient, parlaient doucement pour ne pas le déranger et le saluaient en s’inclinant légèrement. Pour parler tranquillement, nous avions descendu une courte échelle et en bas, avions rencontré un espace magnifique.
Entrevue de 2005 :
Architecture autant que Médecine. Autrefois, ces disciplines se choisissaient par passion. Était-ce ainsi pour vous?
Oui, mais il y a une chose à dire, vous devez savoir que je suis né le 7 décembre, jour de la Saint‑ Ambroise. Je me sentais particulièrement attiré par les œuvres du Bernin, je suis allé voir dans les livres, cherchant Bernini Gian Lorenzo et je me suis aperçu que, lui aussi, qui s’y connaissait en sculpture, est né un 7 décembre. C’était écrit. Je suis né architecte et je travaille avec l’intention de faire la beauté. J’étudie les maisons et leurs plans pour que les gens s’y sentent bien à l’intérieur, c’est la différence entre moi et les autres architectes. Je suis un ‘‘planiste’’, c’est mon travail et je le dis toujours! Ce qui signifie donner naissance aux maisons de l’intérieur, à partir du lit, de la table à manger … Partir des détails pour arriver au général, et non l’inverse.
Vos maisons sont très élégantes et très personnelles. En Valtellina, à Monaco, et surtout ici à Milan. Dites Monsieur l’architecte, que pensez‑vous de Milan aujourd’hui ?
Milan est une catastrophe en ce moment, n’est‑ce pas ? À mon avis, il s’agit d’un désastre parce que des choses importantes sont faites sans ce discernement qui est le minimum nécessaire. Ils se disent grands, très bons architectes pour être en mesure de faire des offres et de gagner des concours, mais ce qui compte vraiment est ailleurs. Il serait mieux de faire des projets beaucoup plus décontractés et plus calmes, en connaissant la ville, ses besoins, ses problèmes, l’environnement, les connexions nécessaires, l’inclusion du nouveau avec l’ancien ou en tout cas avec ce qu’il y a et avait pour se joindre, se connecter et grandir ensemble.
Au lieu de cela …
Au contraire, on appelle ces grandes autorités d’architecture, on les met ensemble un peu comme on pourrait mettre en place une équipe que ce soit de football ou de basket‑ball, et voilà. Vous comprenez … Donc, vous savez, nous sommes dans le monde de ces choses. Pour vendre des terrains de l’ancienne foire on établit un concours pour le plus offrant. Et cela ne me semble pas la meilleure façon de résoudre les problèmes. Il faut bien autre chose : capacités et culture sont nécessaires, autant qu’énormément de bonne volonté et d’engagement.
Et quand vous vous promenez dans Milan, qu’aimez‑ vous ?
Quand je me promène dans la ville j’aime toujours autant le vieux Milan, le centre qui a encore une certaine mesure et du sérieux, une composition. Bien que lorsque la reconstruction fut faite après les bombardements, l’occasion (peut‑être la grande opportunité) ait été manquée pour faire un peu comme à Vienne, un anneau de jardins entre le Naviglio et la périphérie. Et faire là une ville avec une sorte d’anneau constellé de gratte‑ciels, une idée simple mais brillante. Que le centre resterait ancien comme il l’a toujours été, autour, une ceinture moderne faite de jardins et des plus hautes tours possibles ; au-delà de l’anneau une banlieue de qualité. Cela aurait alors pu et aurait dû être fait à partir du Milan semi-détruit tel qu’il était. En bref, une grande opportunité perdue.
Cela n’a pas été fait. Et maintenant …
Non. Maintenant rien, maintenant que voulez‑vous que je vous dise, je suis vieux désormais, j’ai fini ma participation. J’ai fait ce que je pouvais. A mon échelle, vous comprenez.
Mais que pensez‑vous de l’architecture ?
Vous voyez, j’ai ma propre idée de l’architecture, en tant que service, pour faire des maisons sérieuses qui naissent de l’intérieur, car une voiture doit naître du châssis et du moteur, pas de la carrosserie. Au lieu de cela, maintenant on fait l’inverse. On fait la forme extérieure et ensuite l’intérieur comme il vient. En bref, voici une manière très différente, une autre façon de faire. Autrement dit, je conçois l’architecture comme quelque chose qui doit donner. Ici, cependant, la première chose à être faite est la forme extérieure, le monument est construit. Quoi qu’il en soit, Milan reste une grande ville où l’on peut travailler et c’est très important. Mais c’est une ville qui par rapport à Paris, New York, ce qu’elle veut, c’est être comme Pavie. Mais, Pavie est belle, sympathique, pleine de choses belles et importantes. Soit… chapeau.
Qu’est‑ce qui a changé dans votre profession au cours de la dernière moitié du siècle passé ? Dans la façon de travailler ?
Plus j’étais jeune, plus je pouvais compter sur de bons artisans ; plus j’étais jeune, plus je faisais de bons dessins mais pas très beaux ; l’artisan corrigeait et les choses ressortaient très belles. Maintenant, il me semble que je fais de belles choses, et qu’elles ne sortent pas si belles, parce que l’artisan l’a traduite de manière négative. En tout cas, j’ai la chance de trouver de bons artisans, je suis vieux, je connais tellement de monde, et je soutiens les bons. Dans notre travail, pour atteindre un bon résultat il ne suffit pas d’être bon, il faut savoir construire une bonne équipe.
Votre plus belle oeuvre ?
Je suis assez satisfait de mes travaux, dans lesquels je trouve un peu moins d’erreurs que dans d’autres. Malheureusement, souvent les plus beaux sont des projets qui ne sont pas réalisés. Une maison que j’aime toujours autant est celle de Piazza Carbonari, même celle d’Ippolito Nievo est bonne ainsi que la maison de Santa Maria alla Porta et celle de via Cino del Duca. Mais les oeuvres qui me rendent fier sont deux pépites, à savoir la petite connexion entre San Fedele et la maison de Chase Manhattan et le sol du presbytère de la basilique Sant’Ambrogio, que j’ai récemment réalisé qui a suscité beaucoup de controverses. Pourtant, ce sol n’est pas seulement beau, il est extraordinairement beau.
Quelle oeuvre auriez‑vous aimé avoir réalisé ?
Tout. Pour ma passion pour mon travail, mais si j’étais vraiment forcé de choisir, je dirais, par exemple, le San Satiro de Bramante.
Qui est Luigi Caccia Domnioni ?
Une bonne personne, simple, essayant de bien travailler.
Mais seulement pour une élite …
Ce n’est pas vrai, ce n’est absolument pas vrai. Je travaille pour ceux qui m’appellent. Au contraire, plus la personne est simple et a peu de moyens, plus je travaille avec intensité et goût. Une fois, je me suis amusé à faire des petits appartements, que j’ai appelés Appartement Pirelli, Appartement Agnelli, parce que même le plus petit appartement peut et doit avoir sa propre classe, sa dignité et être en mesure d’avoir une excellente qualité malgré la petite taille.
Luigi Caccia Dominioni est diplômé à Milan en 1936 et commence son activité professionnelle avec Livio et Piergiacomo Castiglioni. Pendant les années de guerre, il se dédie à l’aménagement et au design – rappelons sa radio Phonola – activités qu’il n’abandonne pas et qui le conduit à réaliser plusieurs meubles, chaises, jusqu’aux couverts Alessi et les poignées Olivari.
Perpétuant la tradition lombarde, il s’exprime avec d’excellents résultats dans la gamme complète des solutions d’habiter : de la maison de ville à la maison de campagne, du complexe résidentiel unique à la construction San Felice ou Monticello.
A Milan, il réalise des bâtiments importants dans les différents quartiers de la ville : Via Carbonari, Via Ippolito Nievo, Via Tamburini, Santa Maria alla Porta, la Piazza Velasca et Corso Europa, marqué par ses six palais noirs. L’usine de Loro Parisini mérite également une attention particulière. Ses villas en Lombardie sont nombreuses, d’autres très importantes sont celles de Palau en Sardaigne, et la villa Stoppani à Milan. Dans les années 1980, il réalise le gratte‑ciel et les maisons du Parc St. Roman, dans la Principauté de Monaco. Sans oublier la bibliothèque Vanoni à Morbegno, l’église de San Biagio à Monza et celle à San Martino à Arenzano, ainsi que l’orphelinat Addolorata à Milan, l’abbaye Viboldone à Milan et un couvent des Augustins à Poschiavo, Engadin .
Il est impossible de résumer en quelques lignes les nombreuses années d’activité, mais nous ne pouvons pas oublier la rénovation de la Pinacoteca Ambrosiana, la partie du Musée Poldi Pezzoli, du théâtre Filodrammatici jusqu’à la restructuration récente de la place San Babila, avec la nouvelle fontaine et les liens à la Fiera de Milan.
L’Ordre des architectes de Milan a consacré un de ses itinéraires architecturaux aux œuvres de Luigi Caccia Dominioni.


Texte original : FSTYLEPARK. LIEN : https://www.stylepark.com/en/news/luigi-caccia-dominioni-and-the-house-as-a-bespoke-suit

«A serious architect who wants to create good architecture must start from the inside, not the outside. The arrangement of the individual furnishings and fittings determines the partitioning of the living space and therefore also dictates the placement of doors and windows. All this together shapes the apartments, and the sum of the apartments shapes the building. The facade basically has to adapt around the various floor plans from which it is constituted.» This statement not only describes Dominioni’s deeply humanistic character, but also underlines the fact that his approach distances itself from any kind of prefabricated, formal solution and, which is far more crucial, that it moves beyond all «ideological agendas». Dominioni identifies strongly with the requirements of the users, which is why he also designs a house as a «bespoke suit». Caccia Dominioni’s approach seems to produce a dense and inexhaustible promenade of different living arrangements. His work belongs to the Modern Age, yet he is also able to listen to history. He does not attempt to push through a revival or to emulate individual styles. On the one hand his architecture may appear to be the product of his work as a branch outsider, yet on the other it is precisely because of its uniqueness that it sets new precedents.
It should therefore come as no surprise that Luigi Caccia Dominioni’s work also been of seminal influence in the area of interior furnishings. For instance, his unsurpassable «Catalina» armchair from 1958 provides a groundbreaking treatment for metal structures with its three metal rods and flat, curved metal strips, one of which twists like a piece of fabric to form an elegant backrest – an approach that Tobia Scarpa also experimented with in 1960 with his «Vanessa» bed. Similarly, the building by architects Antonio Citterio and Patricia Viel in Brera, which is now home to the Bulgari hotel, was doubtless influenced by the reception of the perfect composition of the «Casa Caccia Dominioni» on Piazza Sant’Ambrogio 16 in Milan, since it evidently copies its rhythm and curves. The later was the first architectural project on an urban scale by the then thirty‑year‑old Caccia in the city centre. Furthermore, the architectural theory of architect Cino Zucchi is an academic homage to the «Caccia Style» and makes reference to features such as the seductive irregularities and brown hues of the building facades on Via Nievo (1956) and Piazza Carbonari (1960). And the recently built houses and apartments on Portello seem to bring to life a completely new quality of Milanese residential architecture.
Without a doubt, the entire work of Luigi Caccia Dominioni is based on the principle of synthesis. The design of the furnishings and fittings is always in close harmony with the structure of the interior. Thus, for example, the mosaics by Francesco Somaini are an integral component of the overall composition of the building, which is seen as a complex organism. Caccia has explained on several occasions that he primarily sees himself someone who designs whole complexes. The draft of the plan, which in his logic follows the movements of people, gives rise to considerations that are channelled into the facade design. A further spin‑off of this process are ideas for the design of objects, furnishings, accessories, lamps, handles and doors – designs that received the Compasso d’Oro award in 1985. Such ideas embrace a permanent exchange between the private and public spheres. These two areas are both tackled with equal intensity, whereby particular attention is given to the spatial quality of the axes and transitions, to corridors in private apartments, to public galleries in large buildings, to stairways and linking elements. One example of the latter is the link, built in 1968‑70, between the San Fedele church and the Chase Manhattan Bank of the BBPR in the centre of Milan – which is pure genius.
The stairs in Caccia’s buildings not only function as a more or less natural, vertical partitioning element, but also act as the central hub – usually in an oval or elliptical form – around which the entire architectural organism is designed. «Yes, I think people essentially move in meandering lines,» states Caccia, adding : «They don’t go back and forth in straight lines like a shuttle, but move in circular, oval or meandering lines.» This form of human movement forms the matrix for Caccia’s architectural designs.
Since his career began after graduating in 1936, Luigi Caccia Dominioni has often been involved in object design – an involvement that was sometimes due to the objective conditions of his surroundings and sometimes to the possibilities for work that arose. Such objects include the famous «Phonola 548» transistor radio which he co-designed with brothers Livio and Pier Giacomo Castigioni with whom he shared a studio for several years. Due to its semantic intensity and many new elements, this radio is seen today as one of the fist significant objects of Italian Design.
When designing the «Phonola 548», Luigi Caccia Dominioni replaced the traditional housing for the bedside table with a newly shaped solution expressing «connection and congruity between content and container.» As Giuseppe Pagano approvingly notes, this laid «the foundation for the functionally designed object.» Yet the product range of «functional items of furniture» possibly did not go far enough for Caccia. To meet the demand for the furniture and products he designed and restored, he teamed up with Ignazio Gardella, Corrado Corradi Dell’Acqua, Maria Teresa and Franca Tosi in 1947 to co‑found Italy’s first business for the production and sale of objects and items of furniture : Azucena.

The Italian company Azucena was not so much a range of modern furniture with avant-garde appeal than an assortment of isolated design items that emerged after a long design phase and were intended to furnish the interiors of the new buildings. It was only in a second phase that the collection was wrought into a modern range of furnishings, that – fifty years on – now certainly has to be seen as an important chapter of Italian design history. It is immediately apparent from the collection that it had more than one root and was almost always designed around some concept of architectural space.
Experimentation, elegance, scale, essential nature and inventiveness : these concepts characterise the items that Azucena designed – always working towards an interior design concept to which the items relate in terms of their conceptual and objective intensity. «Azucena», states Marco Romanelli, «is a symbol for a certain type of project development which is characteristic of improved, Italian design – a project development which is always rooted in the dimension of interior design or understands this as its core. It is a control possibility and a fantasy which simultaneously lead from the environment to the object and from the object to the environment.»
Caccia has designed more than two hundred and forty objects, which, even though they may have been produced for specific purposes and made to deadlines as parts of individual projects, were always intended for reproduction and mass production. Although he likes to describe himself as «Baroque» – qualifying this as being «in the sense that Baroque is in its own way the most rigorous, the strongest and the most urban of all styles, and even motorway junctions and vortices in rivers are Baroque by their very nature, and look how beautiful and how functional they are» – for Luigi Caccia Dominioni design is primarily characterised by simplicity. «Everything that is not absolutely necessary must be stripped away and the object must be reduced to its bare essentials. It is therefore about designing the object so that it is suited to its intended purpose and only then, perhaps, adding anything ; but within limits please.»

Traduction

« Un architecte sérieux qui veut créer une bonne architecture doit commencer par l’intérieur, non par l’extérieur. L’arrangement des meubles détermine la partition de l’espace et par conséquent le positionnement des fenêtres et portes. Tout cela modèle l’appartement, et la somme des appartements crée le bâtiment. La façade doit simplement s’adapter aux variations des plans de chaque étage qui constituent l’ensemble ». Cette affirmation non seulement décrit le caractère profondément humain de Dominioni, mais aussi souligne le fait que son approche se distancie de toutes formes de solutions formelles, préfabriquées et, ce qui est bien plus crucial, qu’elle dépasse les « programmes idéologiques ». Dominioni s’identifie fortement aux besoins de l’occupant, ce qui fait qu’il dessine les foyers comme « une suite sur mesure ». L’approche de Dominioni parait produire un cheminement inépuisable et dense entre plusieurs manières de vivre l’espace. Son travail appartient à l’Age Moderne, bien qu’il reste capable d’avoir un regard rétrospectif. Il ne cherche pas non plus à pousser les réminiscences ou imiter des styles individuels. D’une part son travail peut apparaître comme marginal, mais d’autre part, c’est justement parce qu’il est unique qu’il pose des bases nouvelles.
C’est donc sans surprise que le travail de Dominioni fut fondateur dans le domaine de l’aménagement d’intérieur. Par exemple, son inimitable fauteuil « Catalina » de 1958 montre un travail avant-gardiste, une structure en métal avec trois baguettes de métal et des lignes plates, incurvées de métal, dont une se plie élégamment pour former une assise – une approche que Tobia Scarpa a aussi tenté en 1960 avec son lit « Vanessa ». De la même manière, le bâtiment de Antonio Citerrio et Patricia Viel à Brera, qui est maintenant le siège de l’hôtel Bulgari, a été sans aucun doute possiblement influencé par « La maison Caccia Dominioni » sur la Piazza Sant’Ambrogio 16, à Milan, au vu du rythme et courbes qu’il copie. Ce dernier a été le premier projet architectural an centre-ville à une échelle urbaine du trentenaire Caccia Dominioni. En outre, la théorie architecturale de Cino Zucchi est un hommage au « Style Caccia » et fait référence à des particularités de son architecture comme les séduisantes irrégularités et les teintes marron de la façade du bâtiment Via Nievo (1956) et Piazza Carbonari (1960). Les récentes maisons et appartements à Portello semblent d’ailleurs faire apparaître une toute nouvelle qualité à l’architecture résidentielle milanaise.
Sans aucun doute, tout le travail de Luigi Caccia Dominioni est basé sur le principe de synthèse. Le design des meubles et les pièces sont toujours en harmonie étroite avec la structure de l’intérieur. Ainsi, par exemple, les mosaïques de Francesco Somaini sont un élément primordial de la composition globale du bâtiment, perçu comme un organisme complexe. Caccia a expliqué de nombreuses fois qu’il se voit d’abord comme quelqu’un qui dessine des complexes dans leur entièreté. L’ébauche du plan, qui dans sa logique suit le mouvement du corps, doit se retrouver dans la façade. Ce processus est poussé pour le design de ses meubles, accessoires, lampes, poignées, portes ‑ design qui reçut en 1985 le prix Compasso d’Oro. C’est mettre en relation permanente la sphère privée et publique. Ces deux aires sont traitées avec la même intensité et une attention particulière est portée sur la qualité spatiale des axes et des seuils, corridors des appartements privés, galeries publiques dans des bâtiments, les escaliers et autres éléments liants. Un exemple est le lien entre l’église San Fedele et la Banque Chase Manhattan de BBPR au centre de Milan, construit en 1968‑70 qui relève du pur génie.

L’escalier dans l’oeuvre de Dominioni ne fonctionne pas seulement comme un élément de partition verticale plus ou moins naturelle, il est aussi le bloc central – habituellement de forme ovale ou elliptique autour duquel l’architecture vient se greffer comme un organisme sur sa colonne. « Oui, je pense que les gens bougent essentiellement selon des lignes sinueuses » affirme Caccia, ajoutant : « ils ne vont et viennent pas en ligne droite comme une navette, mais se déplacent en cercle, ovale ou ligne sinueuse ». Ces mouvements des corps constituent la matrice du design de Caccia Dominioni.
Dès le début de sa carrière, après son diplôme en 1936, Luigi Caccia Dominioni s’est impliqué dans le design d’objets – une implication due aux conditions objectives de son environnement et parfois des possibilités de travail qui surviennent, les objets tels que le transistor « Phonola 548 » qu’il a co-dessiné avec les frères Castigioni (Livio et Pier Giacomo) avec qui il partage une agence pendant plusieurs années. A cause de son « intensité sémantique » et de nouveaux éléments, cette radio est considérée aujourd’hui comme le premier objet représentatif du design Italien.
Alors qu’il dessinait le « Phonola 548 », Luigi remplaça la traditionnelle table de chevet par une nouvelle solution exprimant « la connexion et la conformité entre le contenant et le contenu ». Comme l’a souligné Giuseppe Pagano, cela est à « l’origine de l’objet design fonctionnel ». Cependant, l’étendue de la production des « objets fonctionnels d’ameublement » n’est potentiellement pas allée assez loin selon Caccia. Pour arriver à trouver une demande pour les objets et fournitures qu’il dessine, et restaure, il s’allie avec Ignazio Gardella, Corrado Corradi Dell’Acqua, Maria Teresa et Franca Tosi en 1947 pour co-fonder la première compagnie de production et de vente d’objets d’ameublement : Azucena.
La compagnie italienne Azucena n’est pas tant producteur d’une collection de meubles modernes avec une touche avant-gardiste qu’un assortiment d’objets design qui sont produits après une longue période de maturité et qui sont destinés à meubler l’intérieur des nouveaux immeubles. C’est dans un second temps que la collection finit par s’élargir vers un design moderne, lequel, maintenant, est perçu comme un important chapitre de l’histoire du design italien. On peut voir qu’il y a plus d’une seule inspiration pour la collection et qu’elle a presque toujours été dessinée à partir de la conception d’espaces architecturaux.
Expérimentation, élégance, échelle, nature intrinsèque et inventivité : ces qualités caractérisent les objets que produit Azucena – travaillant toujours un design d’intérieur selon lequel les objets sont pensés dans leur fonction et leur « intensité ». « Azucena », établit Marco Romanelli, « est un symbole pour un certain type de production qui est caractérisé par un design italien amélioré – un développement qui puise toujours dans les concepts d’aménagement intérieur ou qui le pense à partir de ses fondamentaux. C’est une possibilité de contrôle et de fantaisie qui mène simultanément l’objet à l’environnement et l’environnement à l’objet ».
Caccia a conçu plus de deux cent quarante objets, qui, même s’ils ont été dessinés dans un but précis et faits pour des projets spécifiques, ont toujours été dans l’optique d’être reproduits et pour une production de masse. Caccia Dominioni aime se définir comme « Baroque » ‑ « dans le sens où Baroque est à sa manière le plus rigoureux, le plus fort, et le plus urbain de tous les styles, mais aussi les jonctions d’autoroute et les tourbillons dans les rivières sont baroques dans leur nature même et regardez comme ils sont beaux et fonctionnels ». Le design de Luigi Caccia Dominioni est néanmoins en premier lieu caractérisé par sa simplicité, « Tout ce qui n’est pas absolument nécessaire doit être retiré, et l’objet doit être réduit à sa substantifique moelle. Il s’agit de penser l’objet pour qu’il remplisse son but et son but seulement et peut‑être, après, rajouter des choses : mais dans une certaine mesure évidemment ».


Texte original : CORE 77. LIEN : http://www.core77.com/posts/26293/design-file-005-luigi-caccia-dominioni-26293

The beauty of form is either a digression or a clarification. In the latter case—clarification—time or collective use is the shaper of form, as in the way a spoon or any quotidian object is morphed by broad utility through generations. The former case, the digressive, is when an individual journeys into an exclusive focus on the shape of a particular thing ; this is the singular task of designers, generally speaking. This is true for the deceptive simplicity of Dieter Rams as well as the material arabesques of Ettore Sottsass. To be clear, contrary to popular opinion, a designer doesn’t clarify, she/he explores. An individual can’t possibly control the unforeseen and logistical, like the cosmic economy of collectivity, so it is giving shape to the mystery of memory and preference that really informs a designer’s quarry.
In light of the above lines, the work of Luigi Caccia Dominioni is an impeccable example of what a single designer can achieve. His 70‑plus years of work have yielded buildings and objects of a deep sensitivity.
Dominioni is an architect and a designer. At university he studied under Luigi Moretti (a first‑wave Italian modernist), which seems to have been a fairly influential tutelage, as Dominioni’s architectural work has consistently been in close dialogue with this first phase of modernism. His professional life started successfully, designing objects and interiors with the Castiglioni brothers (Achille, Livio and Pier Giacomo). He is often quoted as saying that a good building is designed from the inside out, and this idea was surely the catalyst for Dominioni’s 1947 opening of Azucena, a design firm focusing on furniture and objects. From then on, Dominioni was a cornerstone of the post‑war generation of Italian architects, alongside Franco Albini, Ico Parisi, Ignacio Gardella, Osvaldo Borsani, Angelo Mangiarotti and Carlo Mollino.
When looking at Dominioni’s designs, it is important to keep in mind that European homes, unlike those in the U.S., are often older, having ornamental notes in the keys of different eras (at times classical, sometimes even ancient). And, even if a particular building is totally new, the street on which it rests typically presents an array of historical perspectives. American designers working in parallel with Dominioni (George Nelson, Charles Eames, etc.) were less confined and were often designing toward unbuilt, forward‑looking vistas. The shapes of much midcentury modernist Italian furniture, due to said architectural constraints, have a modern feel, but with accents more inclusive of a multitude of situations ; whereas much American furniture can feel of the time. Dominioni’s Monachella floor lamp (1953), Ambrosianeum chair (1955), Boccia sconce (1967) and Pipistrello desk (1998) speak to this versatility amazingly well.
There is an element of Dominioni’s work which separates him from all his peers, and which brings us back to the first inquiry of this essay : design and the expression of beauty. In an interview, Dominioni pointed to himself as «urban,» a word he explained as connecting his architecture and design to function, thinking of the city as a place of pure utility. Initially, this statement may seem to undermine what I originally said about him being digressive more than functionally inclined—but invoking functionality is a conceit of most architects and designers ; it is expected and understandable. But the practical pursuit in good design is not the same as that of, say, an engineer of fluid dynamics ; as ventured earlier, it is more mysterious, almost like the quality of being compelling. To put it another way : a good designer is not expressly working to design a chair around the problem of back fatigue, so that an employer can maximize working hours, but to design a chair as to confront our sense of Appearances. Looking at Dominioni’s work I don’t feel that it is correct, or tasteful, or intelligent, or even expressive. I see something like soft vortexes of examination—zones or dimensions of matter where potent focus has been applied. All of Dominioni’s work functions well as furniture, as interiors, or what have you—but it is his clear commitment to mastering gracefulness that sets his work apart.

Traduction

La beauté de la forme est soit une digression, soit une clarification. Dans ce dernier cas ‑ une clarification ‑ le temps et l’usage modèlent l’esthétique, de la même manière qu’une cuillère ou tout objet du quotidien s’adapte à nos besoins au fil des générations. Le cas de la forme, la digression, est celle d’un individu qui se concentre exclusivement sur la forme d’une chose en particulier : c’est la tâche d’un designer. C’est particulièrement la simplicité trompeuse de Dieter Rams ou les arabesques d’Ettore Sottsass. Pour être clair, contrairement à l’opinion générale, un designer ne clarifie rien, il/elle explore. Un individu seul ne peut pas contrôler l’invisible et la logistique comme l’économie de la collectivité, c’est plutôt la forme qu’il donne au mystère de la mémoire qui définit le métier d’un designer.
A la lumière de ce qui est dit là, le travail de Dominioni est un exemple impeccable de ce qu’un designer seul peut faire. Ses soixante-dix et plus années de travail ont produit des bâtiments et des objets d’une profonde sensibilité.
Dominioni est un architecte et un designer. A l’université, il suit l’enseignement de Luigi Moretti (un moderniste de la première génération), qui semble l’avoir influencé. Le travail architectural de Dominioni a systématiquement été en dialogue étroit avec la première période du modernisme. Son travail commence sur les chapeaux de roues, il dessine des intérieurs et des objets avec les frères Castiglioni (Achille, Livio et Pier Giacomo). On lui attribue la citation selon laquelle un bon bâtiment est dessiné depuis l’intérieur vers l’extérieur et cette idée a sûrement été un catalyseur pour la création d’Azucena par Dominioni en 1947, une firme de design, d’ameublements et d’objets. Dominioni s’est imposé comme la pierre angulaire de la génération post‑guerre d’architectes italiens, avec Franco Albini, Ico Parisi, Ignacio Gardella, Osvaldo Borsani, Angelo Mangiarotti et Carlo Mollino.
Au regard de la production de Dominioni, il est important de garder à l’esprit que les maisons européennes sont généralement plus anciennes que celles des États‑Unis. Elles ont des ornementations datant souvent de différentes périodes (parfois classiques, parfois plus anciennes) et même si un bâtiment en particulier est neuf, la rue dans laquelle il prend place présente toujours une perspective historique. Les designers américains qui travaillaient en parallèle de Dominioni (George Nelson, Charles Eames etc) étaient moins contraints et tendaient plus souvent à dessiner des choses non référencées, dans une perspective plus utopique. La forme de la plupart des meubles modernes de la moitié du siècle, à cause des restrictions architecturales, dégage une impression de moderne, mais avec des airs plus particuliers à chaque situation, tandis que les américains semblent plus dans leur temps. La lampe à pied Monachella (1953), la chaise Ambrosinaeum (1955), l’applique Boccia (1967) et le bureau Pipistrello (1998) démontrent l’adaptation du travail des italiens à la tradition.
Il y a un trait du travail de Dominioni qui le sépare de ses pairs dès ses premiers essais : celui du design comme expression de la beauté. Dans une interview, Luigi Caccia Dominioni se définit comme « Urbain », un mot qu’il explique être le lien entre son architecture et son design, en pensant la ville comme un espace de pure utilité. Initialement, cette déclaration peut sembler contradictoire avec ce que j’ai dit sur lui comme auteur digressif plus que fonctionnel – mais invoquer la fonctionnalité est une prétention de la plupart des architectes et designers ;

c’est attendu et compréhensible. Mais atteindre un bon design ce n’est pas, disons‑le, le travail d’un ingénieur fluide. C’est plus mystérieux, une qualité d’être convainquante. Pour le dire de manière différente : un bon designer ne travaille pas expressément à son design en fonction des problèmes de fatigue, qu’un employé puisse maximiser ses heures de travail, mais travaille à un design qui confronte notre sens des Apparences. Parlant du travail de Dominioni, je ne pense pas qu’on puisse dire qu’il soit correct, ou de bon goût, ou intelligent, ou même expressif. Je vois quelque chose de révélateur – une dimension conceptuelle sur laquelle il s’implique. Tout le travail de Dominioni fonctionne comme ameublement, aménagement d’intérieurs, ou ce que vous voulez, mais c’est sa dévotion à chercher la grâce qui place son travail à part.


IL SENSO DI CACCIA PER L’ABITARE • LE SENS DE L’HABITER DE CACCIA

Texte original : L’ARCHITETTO. LIEN : http://magazine.larchitettoarchiworld.awn.it/magazine/gennaio-2014/gli-argomenti/attualita/il-senso-di-caccia-per-l-abitare-.html

Luigi Caccia Dominioni ha compiuto cento anni lo scorso dicembre. La sua poetica progettuale è estremamente attuale e supera gli schemi spesso usati per definirlo.
Come non rendere omaggio a un grande maestro dell’architettura italiana in occasione del suo compleanno (il centesimo), testimone involontario di un secolo di storia e protagonista partecipe, moderno e disinvolto di settant’anni di cultura architettonica ? E, oggi più che mai, riferimento dichiarato per i complessi percorsi progettuali di alcune raffinate voci del panorama internazionale.
Il lavoro di Luigi Caccia Dominioni, riletto alla luce della ricerca contemporanea, incarna, infatti, una dicotomia di valori che, se un tempo lo avevano relegato a protagonista del territorio e della cultura lombarda, ora finalmente lo proiettano, e a ragione, nel dibattito contempoaneo tout court. Il suo costante essere in bilico tra tradizione e modernità – frase nel suo caso quasi meccanicamente abusata – sembra finalmente assumere dei connotati che vanno ben oltre lo slogan, sia nelle sue architetture fatte anche di sperimentazione sulla pelle in un dialogo costante con la città sia nei suoi pezzi di design che hanno sfiorato persino il post‑modern con elegante ironia. Riconoscergli dunque quel superamento dei diktat razionalisti a favore di una ricerca tutta personale, in cui il valore dell’involucro e della pelle assumesse la medesima importanza della distribuzione interna e dei flussi dei suoi edifici, è fatto di estrema attualità, proprio di una ricerca che appartiene alle ultime generazioni di progettisti.

Il suo essere “piantista” come spesso ama ripetere, con un vocabolo inesistente in italiano ma che così bene rende il senso della sua concezione spaziale e relazionale, in parte lo avvicina al raumplan di Adolf Loos o alle trame alla Wright, in parte lo proietta però nell’universo dell’urban design più all’avanguardia. Ha dichiarato : “Io sono un ‘piantista’ : nel senso che sulla pianta ci sono, ci muoio, sia che si tratti di un palazzo per uffici che di un appartamento di sessanta metri quadri […] Sono architetto sino in fondo e trovo l’urbanistica ovunque […] In realtà l’appartamento è una microcittà, con i suoi percorsi, i suoi vincoli, gli spazi sociali e quelli privati. Mi sono sempre appassionato agli spazi piccoli e ho sempre dato l’anima per farli sembrare più grandi, ad esempio allungando i percorsi, contrariamente a una certa tendenza che tende a ridurli. L’ingresso diretto in soggiorno non lo amo perché non riserva sorprese, mentre il compito dell’architetto, io credo, è anche quello di suscitare un succedersi di emozioni […] I miei ingressi, le mie scale, persino i mobili sono soluzioni urbanistiche”.
Così la sua impronta di architetto‑urbanista Caccia inizia a lasciarla già con la casa di famiglia in piazza Sant’Ambrogio (1947‑50), scura, tripartita, moderna ed elegante pronta a dialogare, senza timore alcuno, con l’antistante monumento simbolo della città. Prosegue poi senza esitazione nel primo dei condomini di via Nievo (1955), iconico parallelepipedo azzurro acqua marina ritagliato dall’irregolarità di finestrature e bow‑window in metallo scuro e alluminio che dichiarano la variazione del taglio degli appartamenti. Nella casa di via Massena (1958‑63) dialoga con il verde e con la città attraverso le due facce complici e contrapposte : l’una, verso strada, più introspettiva e rivestita in clinker poligonale marrone, l’altra, in intonaco, aperta con le vetrate verticali e i ballatoi continui sul giardino. E poi ancora clinker marron glacé, come lo definisce lo stesso architetto, e sperimentazione sul rivestimento (come anche nella sede dell’ormai snaturata Loro Parisini 1951‑53) e sulla distribuzione degli appartamenti, anche duplex, in una serie di condomini che vanno dal secondo intervento in via Nievo a quello di via Tiziano, passando per l’emblematico e irregolare volume poliedrico di piazza Carbonari (1960-61) che segna forse il culmine di questo filone residenziale.
Un linguaggio che diventa nel tempo ‘stile’ da emulare, modus operandi per i costruttori e i professionisti del boom economico che, impegnati nei numeri, non ne coglieranno però il più delle volte lo spirito e la qualità. Ma la mappatura delle opere di Caccia non si esurisce con il tema del clinker, nel cuore storico della città si affacciano, senza irruenza ma con elegante riconoscibilità, i nuovi fronti dagli intonaci rossi intensi e marroni, dagli archi ribassati che segnano gli accessi o dalle finestre strombate. È così nella villa bifamiliare in via XX Settembre (1958‑64) o nel bellissimo e inusuale edificio di via Vigoni (1959), in corso Monforte 9 (1963‑64), in Santa Maria alla Porta, nel sorprendente raccordo tra la chiesa di San Fedele e la Chase Manhattan Bank dei BBPR in piazza Meda (1969‑70), nel complesso in più fasi di corso Italia e in casa Pirelli in via dei Chiostri a poca distanza da un altro intervento dei BBPR su via Pontaccio‑Ancona. Nuove architetture che ci riportano in un istante alla storia e alla contemporaneità.
La passione mai celata, poi, di Caccia Dominioni per il disegno del verde e la relazione costante con il paesaggio attraverso il ritagliare vedute e punti di vista, non possono che considerarsi altri elementi di una sensibilità tutta contemporanea dell’abitare. Il contrasto costante tra l’essenzialità di certi suoi segni e il lusso ‘aristocratico’ di altri, ci riporta ai giochi d’equilibrio di tanti lavori di Jean Nouvel o di Herzog & de Meuron e lo fa essere, oggi più che mai, figura di riferimento per importanti progettisti contemporanei, tra i quali Cino Zucchi che non ha mai celato la sua passione indiscutibile per il maestro milanese nei cui spazi ha avuto la fortuna di crescere (gli Zucchi sono stati suoi committenti in più occasione).
Certo, poi, la cura quasi maniacale per il dettaglio e per il valore dell’artigianato dei lavori di Caccia ci riportano bruscamente agli anni eroici, e in questo senso unici, del dopoguerra, quelli che lo videro protagonista di una ripresa insperata tutta italiana, e lombarda in particolare, assieme agli altri ‘baroni rampanti’ dell’architettura : come Vico Magistretti, Ignazio Gardella, i BBPR e Marco Zanuso e con loro certamente anche gli Asnago e Vender, Latis, Freyrie, Soncini, Minoletti, Malchiodi e altri ancora. Costoro, con le loro opere, fecero gridare allo scandalo il noto critico Reyner Banham – sulle pagine di Architectural Review scrisse “The Italian retreat to liberty” – e l’intero mondo anglosassone che, al tempo, si schierava in difesa dei valori del Movimento Moderno in decisa contrapposizione con la ‘pericolosa’ ripresa di certi elementi della tradizione e della storia che, invece, nelle visioni dei progettisti italiani conduceva a una umanizzazione dell’architettura (e dell’urbanistica). Tema questo che, assieme a quello del genius loci di cui Alvar Aalto era stato emblematico interprete, dominerà gli ultimi CIAM (Congrès Internationaux d’Architecture Moderne) e che, in un certo senso, ne decreterà anche la fine con l’imporsi della generazione del Team 10 (dagli Smithson a De Carlo, da Candilis a Erskine) che proprio dei valori di partecipazione e di umanizzazione faranno la propria bandiera.
Dunque, come si diceva, una sensibilità al disegno urbano che contraddistingue la folta costellazione di edifici di Caccia Dominioni, residenziali e non, tutti pensati per contribuire alla costruzione di una Milano Moderna secondo una visione che non era esclusiva del grande architetto, ma di una intera generazione. Va infatti ricercato un clima culturale, quello ad esempio che ruotava intorno all’MSA (Movimento Studi Architettura) e le relazioni tra i protagonisti di quei momenti – i compagni di strada con cui Caccia ebbe relazioni di stima, talvolta distanti e, in rari casi, più ravvicinate – per comprendere al meglio la sfaccettata personalità di questo raffinato e mai scontato progettista. Egli, del resto, esordisce appena laureato nel 1936 aprendo un proprio studio con Livio e Piergiacomo Castiglioni (i due fuoriclasse, fratelli maggiori di Achille), dedicandosi all’edilizia industriale, a concorsi e ad alcuni allestimenti per la Triennale. Frequenta assiduamente Gardella con il quale, pur non condividendo incarichi di architettura, sebbene accomunati da posizioni ed elementi di fascinazione derivati dal proprio retaggio culturale e sociale, trova come campo di confronto quello del design. Fondano, infatti, nel 1947 (con Corrado Corradi dell’Acqua) la società Azucena, ancora oggi elegante marchio, che produrrà pezzi indimenticabili dell’uno e dell’altro, come la poltrona Catilina e il divano Sant’Ambrogio di Caccia o le lampade‑appliques LP5 di Gardella.
Ma è con Magistretti, cui fu legato da stima reciproca e riservata amicizia, che nel tempo ha condiviso una serie di occasioni progettuali. Incarichi in cui ciascuno ritaglierà il proprio spazio autoriale in assoluta indipendenza, ma sempre in una visione unitaria, oppure casualmente ‘ravvicinati’. Come accade ad esempio a partire dal 1953, quando si ritrovano, l’uno accanto all’altro, a realizzare per committenti diversi un’interpretazione tutta personale del tema dell’edificio per uffici in courtain wall nel cuore della città, a due passi da piazza San Babila, in corso Europa. Qui sorgeranno i due intensi ‘armigeri neri’ di Caccia Dominioni (e nei decenni successivi ben altri due interventi), con i loro fronti vetrati e raccordati dalla lunga pensilina che corre su strada : adiacenti all’appena concluso, più contenuto ma altrettanto raffinato, progetto di Magistretti dalla stretta facciata disegnata da pannelli ciechi e trasparenti in base alle necessità arredative interne. Lavorano assieme, convocati dall’estro pragmatico e visionario di una donna imprenditrice come Anna Bonomi Bolchini, nel forse troppo precoce progetto per Milano San Felice (1966‑69), quando la buona borghesia giusto intravedeva nelle residenze extra-moenia una possibile alternativa a una metropoli che iniziava a essere caotica e controversa. Qui Magistretti realizzerà le torri extra urbane, mentre Caccia si dedicherà alle residenze a schiera e unifamiliari e al verde ; insieme, invece, studieranno il masterplan generale e i servizi comuni. Un progetto di riferimento, questo di San Felice, che farà da apripista alla lunga schiera di quartieri borghesi cresciuti intorno a Milano a partire dalla fine degli anni Settanta (compresi i berlusconiani Milano 2 e 3).
Con Vittore Ceretti, ingegnere e amico da poco scomparso, infine, la condivisione sarà poi sia su progetti residenziali milanesi – come quello per il complesso di via Monterosa – sia su interventi engadinesi come avvenne a Celerina. A tale proposito va aperta una breve parentesi sul legame di Caccia con la Svizzera e i Grigioni in particolare, luogo di vacanza per la sua famiglia, paesaggio e tradizione architettonica antica e montana da cui certamente il grande progettista ha tratto evidente ispirazione per i propri progetti, anche quelli urbani. Sarebbe un errore pensare che nelle strombature delle finestre di casa Pirelli, della casa di via XX Settembre o di quella in corso Monforte, nello spessore murario di molte delle sue opere, come la bellissima biblioteca Vanoni a Morbegno, ritorni esclusivamante la medievalità milanese : gli echi sono anche la colorazione intensa delle abitazioni ci riporta allo stile di Caccia, anche se, come lui stesso ha dichiarato lo scorso 6 dicembre sul Corriere della Sera, “Non lo chiamerei uno stile. Piuttosto, un modo di fare. Qualcosa che s’inserisce di volta in volta nell’ambiente, usando materiali sempre vicini alle caratteristiche del luogo”.

Traduction

Luigi Caccia Dominioni a fêté son centième anniversaire en décembre dernier. La poésie de son architecture est actuelle et dépasse les modèles souvent convoqués pour le définir.
Comment ne pas rendre hommage à un grand maître italien de l’architecture à l’occasion de son anniversaire (le centième), témoin d’un siècle d’histoire et protagoniste important, moderne et désinvolte de soixante‑dix ans de culture architecturale ? Aujourd’hui plus que jamais, il est une référence explicite par son parcours sur la scène internationale.
Aux yeux de la recherche contemporaine, le travail de Luigi Caccia Dominioni incarne, en fait, une dichotomie de valeurs. Une première l’avait relégué à la place de protagoniste du territoire et de la culture lombarde. Une seconde, et à juste titre, le place dans le débat contemporain tout court. Le fait qu’il soit constamment en équilibre entre tradition et modernité ‑ stéréotype à son sujet ‑ semble enfin prendre des traits qui vont bien au‑delà du slogan, tant dans son architecture expérimentale couplée à un dialogue constant avec la ville, tout autant dans ses oeuvres de design qui vont jusqu’à toucher le post-moderne avec une élégante ironie. Reconnaître en lui ce dépassement des diktats rationalistes en faveur d’une recherche personnelle, dans laquelle la valeur de l’enveloppe et de la peau assume l’importance accordée à la distribution interne et flux dans ses bâtiments, fait de son travail une oeuvre totalement actuelle. Une recherche qui appartient aux dernières générations de concepteurs.
Le fait d’être « planiste » comme il aime souvent dire, un mot inexistant en italien (ni en français) décrit bien le sens du concept spatial et relationnel. D’une part, ceci le rapproche au Raumplan d’Adolf Loos ou aux trames à la Wright et d’autre part, le propulse dans l’univers de l’innovation tant urbaine que de design. Il déclare: « Je suis un ‘‘planiste’’ dans le sens que je vis en plan, je meurs en plan, que ce soit un immeuble de bureaux ou un appartement de soixante mètres carrés […] Je suis architecte jusqu’au bout et perçois l’urbain partout […] En fait, l’appartement est une micro‑ville, avec ses chemins, ses ruelles, des espaces communs et privés. Je me suis toujours intéressé aux petits espaces et je leur ai toujours donné du sang pour les faire paraître plus gros, par exemple en allongeant les parcours, contrairement à une certaine tendance qui tend à les réduire. L’entrée directe dans le salon ne me plait pas parce qu’elle ne réserve aucune surprise, alors que la tâche de l’architecte, je crois, est de susciter une succession d’émotions […] Mes entrées, mes escaliers, même mes meubles sont des solutions urbaines ».
Ainsi, Caccia commence par déposer sa pâte d’architecte-urbaniste avec sa maison de famille sur la Piazza Sant’Ambrogio (1947‑1950), sobre, tripartite, moderne et élégante, prête au dialogue, sans crainte aucune, avec le front monument symbolique de la ville. Elle se poursuit sans hésitation avec son premier édifice Via Nievo (1955), parallélépipède iconique, couleur bleu marine, découpé par l’irrégularité des fenêtres et bow-windows en métal noir et aluminium qui permettent de lire la variation des dispositions des appartements. Le bâtiment Via Massena (1958-1963) communique avec le parc et avec la ville ; deux façades opposées mais complices : l’une sur la route, plus introvertie et couverte de tomettes hexagonales en céramique brune, l’autre, enduite, ouverte avec des fenêtres verticales en verre et des balcons continus donnant sur le jardin. Il expérimente plusieurs fois le ‘‘Clinker marron glacé’’ tel qu’il le définit, comme par exemple sur le revêtement du siège de Loro Parisini (1951‑1953) et sur certaines distributions d’appartements, des fois en duplex, dans une série de bâtiments allant de Via Nievo jusqu’à Via Tiziano, en passant par le volume emblématique et irrégulier de la Piazza Carbonari (1960‑1961), qui marque peut‑ être le point culminant de cette série résidentielle.
Une écriture qui devient dans le temps un «style» à imiter, un modus operandi pour les constructeurs et les professionnels du boom économique lesquels, occupés par les chiffres, n’en relèveront cependant la plupart des fois ni l’esprit, ni la qualité. Mais la suite des œuvres de Caccia ne s’épuise pas avec le thème de la céramique. Sans extravagance mais avec reconnaissable élégance, dans le centre historique de la ville, apparaissent de nouvelles façades enduites en rouge intense ou en marron, aux arcs surbaissés qui marquent les entrées ou aux fenêtres évasées. Il en est ainsi dans la maison bi-familiale sur la Via XX Settembre (1958-1964) ou dans le beau et inhabituel bâtiment Via Vigoni (1959), au Corso Monforte 9 (1963‑1964), à Santa Maria alla Porta, dans la connexion surprenante entre l’église San Fedele et la Chase Manhattan Bank de BBPR sur la Piazza Meda (1969‑1970), au complexe réalisé en plusieurs phases du Corso Italia et dans la maison Pirelli sur Via dei Chiostri situé près d’une autre intervention de BBPR sur Via Pontaccio‑Ancona. De nouvelles architectures qui en réfèrent à l’histoire et au contemporain.
La passion sans défaut de Caccia Dominioni pour le dessin du végétal et son intérêt pour le paysage se traduisent dans des vues et regards qui ne peuvent qu’être considérés comme ceux d’une sensibilité contemporaine de l’habiter. Le contraste constant entre la simplicité de certains de ses signes et le luxe « aristocrate » d’autres, nous ramène aux jeux d’équilibre de nombreuses oeuvres de Jean Nouvel ou de Herzog & de Meuron et fait de Caccia, plus que jamais, la figure de référence pour les concepteurs contemporains, y compris Cino Zucchi qui n’a jamais caché sa passion pour le maître milanais et qui a eu la chance de grandir dans les lieux conçus par l’architecte : les Zucchi ont étés clients de Caccia Dominioni à plusieurs reprises.
Alors, bien sûr, l’attention quasi‑maniaque au détail et à la valeur de l’artisanat des œuvres de Caccia nous ramène brusquement aux années héroïques et uniques de l’après‑guerre, celles qui l’ont vu protagoniste d’un renouveau inespéré italien et surtout lombard aux côtés de Vico Magistretti, Ignazio Gardella, BBPR et Marco Zanuso mais aussi Asnago & Vender, Latis, Freyrie, Soncini, Minoletti, Malchiodi et bien d’autres encore. Avec leurs œuvres, ils firent crier au scandale. Le critique Reyner Banham écrivit dans les pages de Architectural Review : “The Italian retreat to liberty”. À l’époque, l’ensemble du monde anglophone s’alignait sur la défense des valeurs du Mouvement Moderne en opposition avec la reprise « dangereuse » de certains éléments de la tradition et de l’histoire, laquelle, dans la vision des concepteurs italiens conduit à une humanisation de l’architecture (et de l’urbanisme). Thème qui, avec le Genius Loci dont Alvar Aalto s’est fait l’interprète emblématique, dominera le dernier CIAM (Congrès International de l’Architecture Moderne) et, dans un certain sens, qui en décrétera la fin avec la génération du Team 10 (des Smithson à De Carlo, de Candilis à Erskine) qui feront de «l’humanisation» leur ligne directrice.
Donc, disions‑nous, une sensibilité pour la conception urbaine qui distingue la constellation des bâtiments de Caccia Dominioni, résidentiels ou autres, tous conçus pour contribuer à la construction d’un Milan moderne selon une vision qui n’était pas exclusive au grand architecte, mais celle d’une génération entière. Afin de comprendre les différentes facettes de la personnalité de ce concepteur sophistiqué et sans précédent, il faut observer le climat culturel ainsi que les relations entre les protagonistes de l’époque – des compagnons pour lesquels Caccia avait une grande estime, parfois éloignés et, dans de rares cas, plus proches. Tout juste diplômé en 1936, l’architecte ouvre sa propre agence avec Livio et Piergiacomo Castiglioni (deux hors‑classe, grands frères d’Achille). Ensemble, ils se consacre à la construction industrielle, à des concours et à certains préparatifs de la Triennale. Tout en ne bénéficiant pas de mission de projet d’architecture, il fréquente assidûment Gardella avec qui il échange à propos du design et avec lequel il partage des positions et des éléments de fascination issus de leur héritage culturel et social commun. En effet, ils fondent en 1947 (avec Corrado Corradi dell’Acqua) la société Azucena, considérée aujourd’hui encore comme une marque élégante, qui produira des pièces inoubliables, comme le fauteuil Catilina et le canapé Sant’Ambrogio de Caccia ou encore les lampes-appliques LP5 de Gardella.
Mais c’est avec son ami Magistretti qu’il partage une série de projets. Ils travaillent de manière à ce que chacun trouve sa place d’auteur indépendant tout en concevant une vision commune des projets. À partir de 1953, ils se retrouvent côte à côte au service de plusieurs clients pour réaliser leur interprétation du bâtiment de bureaux en plein coeur de la ville, à quelques pas de Piazza San Babila, en cours Europa. C’est alors que naissent les deux «armuriers noirs» de Caccia Dominioni, avec leurs façades vitrées et reliés par une longue verrière qui longe la route. Les deux bâtiments sont adjacent au projet fraîchement inauguré de Magistretti, plus petit mais tout aussi raffiné, avec une façade étroite, composée par des panneaux tantôt aveugles et tantôt transparents selon les besoins de l’intérieur. Ils sont convoqués par l’inspiration pragmatique et visionnaire d’une femme entrepreneur du nom d’Anna Bonomi Bolchini, pour le projet peut‑être trop précoce de San Felice (1966‑1969), alors que la bonne bourgeoisie voit en les résidences extra-muros une alternative possible à un métropole commençant à être chaotique et controversée. Magistretti réalise les tours extra‑urbaines, alors que Caccia se concentre sur des résidences en bandes et sur les espaces verts. Ensemble, ils étudient le plan masse et les services communs. Un projet de référence, ce San Felice, qui sera le précurseur de la longue lignée de quartiers bourgeois se développant autour de Milan à partir de la fin des années soixante‑dix (y compris les berlusconiani Milano 2 e 3).
Enfin, avec Vittore Ceretti, ingénieur et ami récemment décédé, Caccia Dominioni a travaillé sur des projets résidentiels milanais – tels que le complexe Via Monterosa – ainsi que sur diverses interventions comme celle à Celerina. À cet égard, il convient de préciser les rapports de Caccia avec la Suisse et les Grigioni en particulier, lieu de vacances pour sa famille, paysages et anciennes traditions architecturales montagnardes dont le grand designer s’est certainement inspiré pour ses propres projets, même urbains. Ce serait une erreur de penser que l’évasement des fenêtres de la maison Pirelli, de la maison Via XX Settembre ou celle de Corso Monforte, l’épaisseur de paroi de plusieurs de ses œuvres, comme celle de la belle bibliothèque Vanoni à Morbegno, se réfèrent exclusivement au Milan médiéval: on retrouve une caractéristique de son travail également dans la couleur intense des logements, un style de Caccia, bien que, comme il l’a dit le 6 décembre dernier dans le Corriere della Sera « Je n’appellerais pas ça un style. Plutôt, une façon de faire. Quelque chose qui s’insère de temps en temps dans l’environnement, en utilisant toujours des matériaux proches des caractéristiques du lieu ».


Texte original : MONOCLE. LIEN : https://monocle.com/magazine/issues/63/part-of-the-furniture/

Despite its status as a design capital and fashion mecca, a stroll through Milan’s streets is a study in shades of grey. Once visitors get past its striking Duomo and Gio Ponti’s slender Pirelli skyscraper, the rest of the Lombard capital can be a hard sell. The local mindset is one of elegant understatement (think scores of businessmen in navy-blue suits) and the same goes for the city’s modern architecture.
After suffering aerial bombardment during the war the metropolis underwent a makeover, with mixed results. Yet amidst broad swathes of drab urban scenery a distinct vernacular emerged in the work of architect and designer Luigi Caccia Dominioni. Now nearing his 100th birthday – which coincidentally falls on the feast day of the city’s patron saint – the Milan native is no archistar : he has long avoided the spotlight and rarely grants interviews.
Caccia Dominioni’s contribution to the cityscape has been a series of projects best known for their subtlety. Many commissions were homes for local industrialists who were part of Italy’s postwar economic boom, including the Pirelli family ; people who preferred discretion and dwellings that didn’t attract too much attention.
“I’m an architect but everywhere I see urban planning,” explains Caccia Dominioni. “My job is to provoke emotions, be it through my entranceways, my stairs, even the furniture – they are all solutions.”
Instead of buildings with protruding profiles, he plays with the façade. His signature look clads the exterior in smooth ceramic tiles, often arranged in a decorative hexagonal pattern. “It’s a simple architecture,” he says, referring to the honeycomb shape he borrowed from beehives. “I needed a coating that could work equally for both the transparent and solid parts.”
At times he breaks up a monotonous apartment tower by inserting variously sized windows to disrupt the solid block of glass on each floor or uses overlapping sliding doors on balconies. For villas he favours recessed windows similar to ones found in mountain chalets in the Engadine, where he often built residences for affluent Milanese.
If his well‑to‑do clients needed furnishings, the architect already had the answer. In 1947 he started Azucena together with fellow architect Ignazio Gardella and friend Corrado Corradi dell’Acqua. The company, now run by his niece Marta Sala and her sister, makes over 150 objects from sofas to doorknobs, with more than 100 pieces created by Caccia Dominioni over the years and nearly all still in production.
Founded years before the bigger, more famous Italian design brands got their start, the business was a natural offshoot of his architectural practice. Caccia Dominioni adds : “It was not about launching a brand. At times we had problems not having the right interior furnishings so I’d have to invent something new.”
Unlike the competition, Azucena doesn’t have its own factory, relying instead on a network of artisans extending from the nearby furniture-manufacturing district of Brianza all the way to Veneto. Its funnel‑shaped Imbuto lamp, for example, requires half a dozen artisans to make its stem, base and lampshade, then handpaint and varnish it before an electrician puts it together.
“It’s time consuming but the quality is there,”
says Azucena owner Marta Sala. “We’ve tried laser cutting to make certain parts but we’ve found the product loses its identity. It’s an artisanal process.”
Save for a recent project with German designer Konstantin Grcic, the collection centres on seating and lighting that Sala’s uncle dreamed up more than half a century ago. The past decade has seen him active too, even unveiling a sleek new wingchair that bears his name. While past orders have arrived mostly from Italy, Azucena’s recent converts include well-travelled Lebanese and architect David Chipperfield, who sourced hundreds of pieces for his recent Café Royal renovation in London. “It’s more an art gallery than a furniture brand,” says Milan architect Tiziano Vudafieri, who has furnished fashion boutiques and a local restaurant with the firm’s luxe velvet sofas and shiny brass lamps.

Among Vudafieri’s favourites is Boccia, a Murano glass lamp fixed to an iron chain. “It mixes the industrial with traditional Venetian glassblowing. It’s quintessential Caccia Dominioni.” The light fixture is often found hanging in threes and fours in the foyers of stately palazzos.
One of Caccia Dominioni’s most well-known works is actually a public space. The Galleria Strasburgo is a meandering arcade of shops in Milan’s centre that was completed in the 1950s, featuring globe lights and a swirling mosaic pavement. His peer Ernesto Nathan Rogers, who built the nearby Torre Velasca skyscraper, accurately summed up the elegant project in a 1959 issue of Casabella magazine by commenting that the urban passageway “stands out as an oasis where the nomad can finally quench his thirst”.

Traduction

En dépit de son statut de capitale de la mode et du design, une promenade dans les rues de Milan montre que tout est nuances de gris. Une fois que le visiteur a passé le mythique Dôme et la tour de Gio Ponti, le reste de la capitale Lombarde peut paraître un peu austère. L’état d’esprit local est une subtile élégance (façon homme d’affaire en costume bleu marine) et cet esprit s’applique aussi à l’architecture moderne de la ville.
Après avoir souffert des bombardements aériens durant la guerre, la capitale est rénovée, avec des résultats mitigés. Au milieu des mornes allées de la scène urbaine, un style vernaculaire distinct a émergé à travers le travail de Luigi Caccia Dominioni. Aujourd’hui près de fêter son centième anniversaire – qui coïncide avec le jour de fête du Saint Patron de la ville- le milanais n’est pas une star reconnue : il a toujours évité les feux des projecteurs et a rarement donné d’interviews.
La contribution de Caccia Dominioni au paysage urbain de Milan se compose d’une série de projets connus principalement pour leur subtilité. Plusieurs commandes ont été des résidences pour des industriels locaux qui prirent part à l’expansion économique de l’après‑guerre en Italie, comme la famille Pirelli : des gens qui préfèrent la discrétion et des résidences qui n’attirent pas trop l’attention.
« Je suis un architecte, mais partout je vois de l’urbanisme » explique Caccia. « mon travail est de susciter des émotions, au travers de mes halls d’entrée, de mes escaliers, et même de mes meubles ‑ tous sont de bons moyens ».
A la place de bâtiments aux profils protubérants, il joue avec les façades. Son style c’est le revêtement de céramiques extérieur, souvent arrangé selon une disposition hexagonale : « C’est une architecture simple » dit‑il, se référant au nid d’abeille « j’avais besoin d’un revêtement qui marche aussi bien pour de la transparence que pour du plein ».
Avec le temps, il en vient à «casser» la façade de la tour d’appartement monotone en disposant des fenêtres de tailles différentes pour déconstruire le bloc par du vide et à chaque étage utilise des coulissants sur les balcons. Pour les villas, il favorise les fenêtres en retrait, similaires à celles que l’on trouve dans les chalets de montagne à Engadine, où il construit des résidences pour les milanais aisés.
Si ses clients aisés avaient besoin de meubles, l’architecte avait déjà la réponse. En 1947, il fonde Azucena avec deux de ses proches, Gardella et dell’Acqua. La compagnie, maintenant dirigée par sa nièce Marta Sala et sa soeur, produit plus de 150 objets, du sofa aux poignées de portes, avec plus de 100 pièces dessinées par Caccia au fil des années et toujours en production.
Fondée il y a quelques années avant que les plus grandes marques italiennes ne s’imposent, cette compagnie s’est présentée comme une extension naturelle du travail de l’architecte. Caccia Dominioni ajoute : « Il ne s’agissait pas de lancer une nouvelle marque. Durant cette période, nous avions pour problème de ne pas avoir les bons meubles, donc j’ai dû inventer quelque chose de neuf ».
Contrairement à la concurrence, Azucena n’a pas sa propre usine mais confie sa production à un réseau d’artisans des quartiers industriels proches de Brianza et du Veneto. Sa lampe entonnoir, par exemple, a besoin de presque une douzaine d’artisans pour réaliser la tige, base et abat‑jour, la peinture et le vernis avant qu’un électricien n’assemble le tout.
« C’est chronophage mais la qualité est là », dit la directrice de Azucena Marta Sala. « Nous avons essayé la découpe laser pour certains morceaux mais nous avons pensé que le produit perdait en identité. C’est un assemblage artisanal ».
Tiré d’un projet récent avec le designer allemand Konstantin Grcic, la collection se concentre sur les assises et la lumière dont l’oncle de Sata a rêvé plus d’un demi siècle auparavant. Il a aussi été actif durant la dernière décennie, révélant même une nouvelle chaise à bascule portant son nom. Alors que la plupart des commandes proviennent d’Italie, la conversion récente d’Azucena a vue rentrer dans ses rangs l’architecte David Chipperfield, qui s’est procuré une centaine de pièces pour la rénovation du Café Royal à Londres. « C’est plus une galerie d’art qu’un magasin de meuble », explique l’architecte milanais Tiziano Vudafieri, qui a doté des boutiques de mode et des restaurants de lampes clinquantes et de sofas en velours de luxe.
Parmi les favoris de Vudafieri, on trouve Boccia, une lampe Murano fixée à une chaîne. « Elle mixe la production industrielle à la traditionnelle technique de soufflage de verre vénitien. C’est la quintessence de Dominioni ». On trouve souvent cette lampe en trois ou quatre exemplaires dans les palais majestueux.
L’un des travaux les plus emblématiques de Dominioni est un espace public. La Galerie Strasburgo est une galerie sinueuse de boutiques en plein coeur de Milan, terminée dans les années 50, qui comprend globes de lumières et mosaïques tourbillonnantes au sol. Son pair, Ernesto Nathan Rogers, qui est à l’origine de la tour Velasca, résume précisément le projet élégant dans un texte de Casabella, en 1959, en disant du passage urbain qu’il « se présente comme un oasis où le nomade peut finalement étancher sa soif ».


Texte original : LOMBARDIA BENI CULTURALI. LIEN : http://www.lombardiabeniculturali.it/architetture900/schede/p4010-00175/

Condominio in via Massena 18 • Immeuble Via Massena 18

Edificio a destinazione residenziale, sviluppato su nove piani fuori terra a partire da una pianta rettangolare. Collocato in un contesto lasciato prevalentemente a verde nei pressi della Fiera Campionaria, il blocco è orientato quasi perpendicolarmente alla strada secondo un asse est‑ovest e, dunque, nega il tradizionale allineamento del condominio alla cortina edilizia circostante. Anche in questo caso il progettista ricorre all’uso di tessere esagonali in clinker, che vengono messe a contrasto con il legno chiaro naturale dei serramenti e che, ripetute nella forma ma svuotate, disegnano i pannelli ad alveare spesso usati da Caccia Dominioni (Istituto della Beata Vergine Addolorata e Convento dei Frati Minori di Sant’Antonio) e interpretati dalla critica come rilettura, in chiave contemporanea, del linguaggio dell’architettura rurale lombarda. Come spesso accade per le residenze condominiali di Caccia Dominioni non esiste un piano tipo ripetuto sempre uguale a se stesso, ma la scelta cade su un’ampia gamma di variazioni distributive che aggregano gli spazi secondo il ritmo dettato dalle esigenze dei condomini, da piani suddivisi in tre appartamenti ad alloggi che occupano l’intero livello. La grande attenzione al ruolo svolto dagli spazi comuni, altro aspetto ricorrente nei condomini di Caccia Dominioni, si manifesta ancora una volta nel coinvolgimento di Francesco Somaini, cui viene affidata la realizzazione di un mosaico pavimentale in tessere di marmo collocato nell’atrio principale.
Il sodalizio professionale tra Caccia Dominioni e Somaini affonda le proprie radici nell’incarico che la famiglia dello scultore affida all’architetto in occasione della ristrutturazione di Casa Rosales a Lomazzo (1955‑1957), e che culminerà in episodi milanesi significativi come il mosaico pavimentale per la Galleria Strasburgo in corso Europa (1957) o per l’atrio al rinnovato Teatro dei Filodrammatici (1968). Tuttavia Somaini ha lavorato con molti altri architetti nell’epoca del dibattito sulla sintesi delle arti, che a partire dal secondo dopoguerra lo vede coinvolto, insieme a Mario Radice, nel progetto di Ico Parisi e Gianpaolo Allevi per la Villa Bini a Monte Olimpino (1950) o nella realizzazione del Padiglione di Soggiorno (oggi Biblioteca al Parco) di Parisi, Longhi e Antonietti, costruita per la X Triennale di Milano.

Traduction

Il s’agit d’un immeuble résidentiel de neuf étages sur plan rectangulaire. Situé aux abords d’un parc près de la foire, le bâtiment est orienté presque perpendiculairement à la route selon un axe est-ouest et rejette donc l’alignement traditionnel avec les édifices environnants. Dans ce projet, Caccia Dominioni a recours à des tomettes hexagonales en céramique qui contrastent avec le bois clair des menuiseries et, à certains endroits évidées, créent une maille en nid d’abeille. C’est un procédé fréquemment utilisée par Caccia Dominioni dans des projets tels que l’Institut de la Beata Vergine Addolorata et le Couvent des Frères Mineurs de Sant’Antonio et vu par la critique comme une réinterprétation du langage de l’architecture rurale lombarde dans un contexte contemporain. Comme c’est souvent le cas pour les immeubles d’habitation de Caccia Dominioni, il n’y a pas de plan type répété à chaque étage mais un large éventail de variations dans la distribution des espaces selon un rythme dicté par les besoins de trois logements par étage, deux ou bien un grand logement qui occupe tout le niveau. La grande attention portée aux parties communes, un autre aspect récurrent chez Caccia Dominioni, se manifeste dans l’implication de Francesco Somaini, a qui l’architecte a confié la réalisation d’une mosaïque en marbre pour le sol du hall principal.
La relation professionnelle entre Caccia Dominioni et Somaini puise ses racines dans le rôle que la famille du sculpteur attribue à l’architecte lors de la rénovation de Casa Rosales à Lomazzo (1955‑1957), et continuera épisodiquement à Milan comme pour le sol en mosaïque de la Galleria Strasburgo en Corso Europa (1957) ou dans l’atrium du Théâtre rénové des Filodrammatici (1968). Cependant, Somaini a travaillé avec de nombreux autres architectes à l’époque des débats sur la synthèse des arts, qui, depuis la fin de la Seconde Guerre Mondiale se manifestent dans les réalisations de Mario Radice, dans le projet de Ico Parisi et Gianpaolo Allevi pour Villa Bini Monte Olimpino (1950 ) ou dans la réalisation du Padiglione di Soggiorno (aujourd’hui Bibliothèque Al Parco) de Parisi, Longhi et Antonietti, construite pour la Xe Triennale de Milan.


Texte original : ARCHITETTO. LIEN : http://www.architetto.info/news/protagonisti/luigi-caccia-dominioni-una-storia-ancora-da-scrivere/

Luigi Caccia Dominioni, une histoire encore à écrire

Raffinato e rigoroso architetto e designer, Luigi Caccia Dominioni era fra gli ultimi testimoni viventi del professionismo colto milanese del secondo dopoguerra. Eppure, rispetto a nomi egualmente validi, la sua storiografia è ancora limitata
Luigi Caccia Dominioni si è spento a Milano appena prima di compiere 103 anni, ragguardevole traguardo in cui, nel mondo dell’architettura, è stato superato solo da Oscar Niemeyer.
Nato a Milano nel 1913, appartenente a un’aristocratica famiglia di origine novarese, al capoluogo lombardo lega una formazione e una lunga attività professionale in cui si riflettono l’Italia del secondo dopoguerra, che è riuscita a raggiungere ineguagliati traguardi nell’avanzamento dell’ingegneria e delle costruzioni, nell’architettura e nel design, e i cambiamenti di Milano, i dibattiti architettonici e gli attori dell’intera generazione di progettisti attivi nella ricostruzione e nella costruzione della città dopo la guerra, da Gio Ponti ad Asnago e Vender, da Ignazio Gardella a Vico Magistretti, da Figini e Pollini ai fratelli Castiglioni arrivando ai BBPR.
Caccia Dominioni si laurea in Architettura nel 1936 al Politecnico di Milano, dove è allievo di Piero Portaluppi, e inizia da subito un’attività che lo porta a disegnare oggetti e allestire mostre alla Triennale che legano il suo nome a quello di Livio e Piergiacomo Castiglioni, con i quali collabora fino al 1942.
La fine della seconda guerra mondiale, e i duri ma molto fecondi anni di una ricostruzione seguita da una crescita economica finora rimasta senza pari, segnano l’inizio dei decenni più prolifici dell’attività di un progettista che ha sempre preferito un lavoro svolto in autonomia. La sua architettura affronta in modo indipendente l’entrata in crisi del razionalismo offrendo un’alternativa agli esempi di revivalismo postbellico che stavano nascendo a Milano e soprattutto a Torino, dove la Bottega d’Erasmo di Roberto Gabetti e Amaro Isola diventa l’emblema di un neoliberty coniato sulle pagine di “Casabella continuità” amplificate da Reyner Banham sul ”The Architectural Review”.
Caccia Dominioni è autore di edifici i cui comuni denominatori sono l’alta qualità che informa tutte le parti del processo progettuale e la consapevolezza dell’importanza del contesto, unite alla funzionalistica convinzione che l’architettura debba essere prima di tutto la migliore risposta a un’esigenza. Le tipologie spaziano dalle abitazioni alle architetture per la produzione (uffici e stabilimenti produttivi) a cui, a partire dalla fine degli anni sessanta, si affiancano sempre più numerose commesse provenienti dal mondo ecclesiastico per chiese e conventi. La tematica dell’abitazione borghese, forse più analizzata da una storiografia ancora incompleta, è spesso al centro di un’elaborazione progettuale che ha prodotto eleganti realizzazioni in cui massima è la cura del dettaglio, attenta è la selezione di materiali, raffinate sono le finiture e profondo è lo studio della composizione di spazi interni a definizione di planimetrie che l’hanno portato ad autodefinirsi “un piantista… che trova l’urbanistica ovunque”.
Le opere milanesi più riuscite, che sono oggi la guida di uno specifico itinerario architettonico offerto dalla Fondazione dell’Ordine degli Architetti di Milano e furono salutate dai contemporanei come segnatrici del passaggio di Milano verso la modernità, comprendono l’intervento sulla casa di famiglia in piazza Sant’Ambrogio (1947‑49), l’edificio per abitazioni e negozi in corso Italia (1957‑62), le abitazioni in Santa Maria alla Porta (1958‑61) e l’intervento di corso Monforte (1963‑66).
Ambito di azione e confronto per un professionismo colto e una professione a tutto tondo vissuta in una dimensione “di bottega”, di cui Caccia Dominioni era forse l’ultimo dei testimoni, il design, la progettazione di oggetti ed arredi e la loro produzione industriale ha sempre attirato il suo interesse di un progettista che vi si dedica fin dall’anteguerra : dopo le esperienze che hanno portato il radioricevitore Phonola, sviluppato nel 1939 con i fratelli Castiglioni, nel 1949 fonda con Ignazio Gardella e Vico Magistretti la ditta Azucena, nella cui esperienza unisce il suo essere progettista al ruolo di imprenditore e produttore di pezzi di arredamento semiartigianali nelle cui lavorazioni sono impegnate maestranze locali di alto livello. Tra le realizzazioni, l’ormai classica poltrona Catilina (1958), il divano Nonario (1963) e un’ampia serie di divani, sedie, poltrone, scrivanie e lampade tutt’oggi in produzione.
La fortuna critica di Luigi Caccia Dominioni, che nel 2015 è stato insignito anche con la Medaglia d’Oro alla carriera dalla Triennale di Milano, ci restituisce un’attenzione proveniente da una pubblicistica di settore che negli anni gli si rivolge in modo puntuale parlandone prevalentemente attraverso le sue opere, a partire dallo “Stile di Caccia” firmato da Gio Ponti su “Stile” nel 1941. Escludendo l’unico lavoro monografico finora pubblicato, curato da Fulvio Irace e Paola Marini per Marsilio in occasione della mostra organizzata nel 2002‑2003 al Museo di Castelvecchio, la storia è una storia ancora tutta da scrivere.

Traduction

Architecte raffiné et rigoureux mais aussi designer, Luigi Caccia Dominioni a été l’un des derniers témoins vivants du grand professionnalisme des architectes milanais d’après la Seconde Guerre mondiale. Pourtant, par rapport à d’autres, son histoire est encore peu connue.
Luigi Caccia Dominioni meurt à Milan juste avant l’âge de 103 ans, un parcours impressionnant dans le monde de l’architecture, uniquement surpassée par Oscar Niemeyer.
Né à Milan en 1913, il appartient à une famille aristocratique originaire de Novara. C’est à Milan qu’il entreprend sa formation et une longue carrière professionnelle qui reflète l’Italie d’après la Seconde Guerre mondiale. Une Italie qui réalise des prouesses sans précédent dans l’avancement de l’ingénierie et la construction, que ce soit dans le monde de l’architecture ou celui du design. Mais la carrière de Dominioni reflète aussi les changements de Milan, les débats architecturaux et les acteurs de toute la génération de designers actifs dans la reconstruction de la ville après‑guerre (Gio Ponti, Asnago et Vender, Ignazio Gardella, Vico Magistretti, Figini, Pollini, les frères Castiglioni, BBPR…).
Caccia Dominioni obtient son diplôme d’architecture en 1936 à L’école Polytechnique de Milan, où il est l’élève de Piero Portaluppi, et entreprend immédiatement une activité qui l’amène à dessiner des objets et à organiser des expositions à la Triennale, reliant ainsi son nom à celui de Livio et Piergiacomo Castiglioni, avec qui il collabore jusqu’en 1942.

La fin de la Seconde Guerre mondiale et les difficiles mais fructueuses années de la reconstruction (suivie d’une croissance économique sans précédent à ce jour) marquent le début des décennies les plus prolifiques d’un concepteur qui a toujours préféré travailler de manière autonome. Son architecture affronte de manière indépendante l’entrée dans la crise du rationalisme offrant une alternative aux exemples de revivalisme après-guerre qui naissait à Milan et surtout à Turin. La Bottega d’Erasmo Roberto Gabetti et Amaro Isola devient l’emblème d’un neoliberty inventé sur les pages de «Casabella continuità» amplifié par Reyner Banham sur «The Architectural Review».
Caccia Dominioni est l’auteur de bâtiments dont les dénominateurs communs sont : la haute qualité présente dans toutes les parties du processus de conception, la conscience de l’importance du contexte ainsi que la conviction que l’architecture fonctionnaliste doit être, tout d’abord, la meilleure réponse à une exigence. Les programmes vont du logement aux architectures de production (bureaux et usines) qui, à la fin des années soixante, sont de plus en plus complétés par de nombreuses commandes du monde ecclésiastique (églises et couvents). La thématique de l’habitation bourgeoise (analyse sûrement plus approfondie dans l’historiographie encore en cours) est souvent au centre d’un projet qui a produit d’élégantes réalisations. L’attention aux détails est maximale, la sélection des matériaux est minutieuse, les finitions sont raffinées et l’étude de la composition des espaces intérieurs est profonde. Ainsi, cette étude composée de multiples plans a conduit l’architecte à s’auto‑définir «un fabriquant de plans (‘‘piantista’’)… qui trouve l’urbanisme partout».
Les œuvres les plus réussies à Milan constituent aujourd’hui un itinéraire proposé par la Fondation de l’Ordre des architectes de Milan. Les oeuvres ont été salués par leurs contemporains et considérées comme marquantes dans la transition moderne de la ville de Milan. Ces oeuvres sont, entre autres, l’intervention sur la maison de famille Piazza Sant’Ambrogio (1947‑1949), l’édifice d’habitation et de commerces Corso Italia (1957‑1962), les logements à Santa Maria alla Porta (1958-1961) et l’intervention au Corso Monforte (1963‑1966) .
Malgré un large champ d’action et de nombreuses confrontations, un professionnalisme cultivé et une profession complète, Caccia Dominioni était peut-être le dernier à avoir vécu cette expérience à une échelle d’ «atelier». Le design, la conception d’objets et de mobilier ainsi que leur production industrielle ont toujours suscité l’intérêt de l’architecte, et ce, depuis l’avant‑guerre. Après les expériences qui ont conduit à la création du récepteur radio Phonola, développé en 1939 avec les frères Castiglioni, Dominioni fonde en 1949, avec Ignazio Gardella et Vico Magistretti, la société Azucena. Cette expérience le pousse à associer ses capacités de concepteur au rôle d’entrepreneur et fabricant de meubles produits semi‑artisanalement bénéficiant de savoir-faires locaux de haut niveau. Parmi ses réalisations, le fauteuil désormais classique Catilina (1958), le canapé Nonario (1963) et une large gamme de canapés, de chaises, de fauteuils, de bureaux et de lampes encore aujourd’hui en production.
Le succès critique de Luigi Caccia Dominioni, qui a été récompensé par la médaille d’or pour sa carrière lors de la Triennale de Milan en 2015, a suscité une certaine attention de la part des médias du milieu au fil des ans. Son travail a notamment été salué dans « Stile di Caccia » signé Gio Ponti sur « Stile » en 1941. En excluant la seule monographie jamais publiée, édité par Fulvio Irace et Paola Marini pour Marsilio à l’occasion de l’exposition organisée en 2002‑2003 au Musée de Castelvecchio, l’histoire de l’oeuvre de Dominioni reste encore à écrire.


Texte original : ABITARE N°423, DICEMBRE 2002. LUIGI CACCIA DOMINIONI MAESTRO MILANESE.

Giunto all’età dei grandi saggi, luigi Caccia Dominioni festeggia il suo ottantanovesimo compleanno con una mostra a Verona nel Museo di Castelvecchio : accanto alla testimonianza delle opere storiche, nuovi lavori aprono uno squarcio significativo sullo sbocco verso l’informale di uno dei maestri dell’architettura italiana contemporanea.
Presente nel panorama architettonico italiano da tre quarti di secolo, Luigi Caccia Dominioni appartiene a quell’industriosa razza di architetti lombardi come Ponti, Muzio, Gardella o Magistretti, la cui opera è imprescindibile dal peculiare rapporto con la città d’adozione. Nato a Milano il 7 dicembre 1913, giorno di Sant’Ambrogio, Caccia è stato da sempre il simbolo indiscutibile di una milanesità raffinata e reticente, aperta al nuovo e al tempo stesso avida di radici, desiderosa del nuovo ma anche bisognosa di una forma d’ambiente apparentemente senza tempo e fuori moda.
Laureato al Politecnico di Milano nel 1939, esordisce con Livio e Piergiacomo Castiglioni nel campo dell’arredamento e del design, suscitando l’interesse e l’ammirazione di un maestro come Gio Ponti che nel 1941 lo presenta ai lettori di Stile come un esempio di naturale superamento del razionalismo attraverso il carattere «evocativo» delle sue architetture d’interni : fattosi regista – scrive Ponti – l’architetto «interpreta ed esprime il personaggio». Resi ineguagliabili per la raffinatezza dell’esecuzione, i materiali poveri – iuta, fustagno, vimini eccetera – cui spesso ricorre nelle ristrettezze dell’autarchia, costituiscono una convincente anticipazione di quell’idea di design come valore aggiunto che contraddistinguerà la stagione d’oro del design italiano degli anni Cinquanta. Nascerà da questo stretto legame con l’architettura l’avventura di Azucena, la società per la produzione di oggetti d’arredo, fondata nel 1947 con l’obiettivo di «garantire i necessari complementi ad ambienti già arredati dei palazzi delle antiche famiglie milanesi che non si ponessero con le preesistenze in polemico contrasto».
Come architetto Caccia esordisce nello stesso anno, con la ricostruzione della casa di famiglia in piazza Sant’Ambrogio dove tuttora vive e lavora : un saggio anticipatore di quella poetica delle «preesistenze ambientali» teorizzata più tardi da Rogers su Casabella. Da allora la sua produzione riceve un’accelerazione che ha del miracoloso : i condomini ceramici di via Ippolito Nievo, la casa di piazza Carbonari, la fabbrica Loro&Parisini, l’istituto di via Calatafimi e il convento di via Maroncelli, i palazzi per uffici di corso Europa e le ville appartate di via Cavalieri di San Sepolcro e via Gesù, le costruzioni intensive di via Massena e di via Vigoni, la ristrutturazione dell’Ambrosiana, la chiesa di San Biagio a Monza e le Cartiere Binda sotto la Torre Velasca. Un carnet de travail intenso e frenetico, che la ritrosia dell’architetto alla storicizzazione sfuma nel mito del repertorio sterminato. Ma naturalmente non si tratta di un problema di quantità, ma di qualità, e non solo perché tutti gli edifici citati sono landmark della Milano moderna, ma per lo straordinario ruolo di inventore, oltre che di regista, che Caccia assolve nella costruzione di una identità milanese. Nelle Milano incerta e rampante del Dopoguerra e del miracolo economico, Caccia Dominioni mette a punto un’idea di abitare che diviene il tratto contraddistintivo di una borghesia in cerca d’autore. Rinnovando l’iconografia del contenitore domestico e del luogo di lavoro, progetta con successo il tipo stesso del nuovo condominio milanese, costruendo edifici che si inseriscono nell’ambiente urbano senza usare violenza. Ma lo «stile» di Caccia non sta solo nella nota ricerca di un equilibrio in punta di piedi : la sua attitudine a un’architettura modellata sui modi della vita si è spinta infatti dalle più conosciute prove di illusionismo spaziale a una vera e propria strada organica alla rappresentazione dell’abitare. Attraverso l’abolizione della legge dell’angolo retto, Caccia è arrivato a una visionarietà temperata dal suo consolidato pragmatismo, ma forte di tutte le sue ragioni soprattutto negli squarci preparatori dei grandi disegni dove le linee pastose delle matite e dei colori aprono a una concezione quasi animistica dello spazio.

Il design di Caccia Dominioni per Azucena

Nel settembre 1947 Luigi Caccia Dominioni fonda – con Ignazio Gardella, Corrado Corradi dell’Acqua, Maria Teresa e Franca Tosi – la piccola società Azucena. Azucena, che prende il nome dal bassotto di Corrado Corradi, intende produrre mobili, oggetti, lampade in piccola serie da utilizzare inizialemente nelle architetture che Caccia e Gardella andavano costruendo. In realtà pezzi destinati a riempire il vuoto, fisico e psicologico, provocato dalla guerra e a costituire un panorama abitativo dimentico delle forme del passato, ma non dei suoi valori. Alle sorelle Tosi (cognate di Gigi Caccia) spetto l’organizzazione produttiva e commerciale dell’avventura.
Azucena appare oggi, cinquantacinque anni dopo, il paradigma di un metodo una volta tipicamente italiano, oggi dimenticato, che conduceva, per strade dirette, dall’architettura degli interni al design. Ogni singolo oggetto nasceva da una precisa esigenza abitativa verificata durante il progetto (da qui i nomi di luogo sovente adottati : Montecarlo, Arenzano, San Siro), ma che si riteneva fosse generalizzabile ad altre analoghe situazioni e quindi meritasse conservarne memoria.
Staordinario il rapporto tra progetto ed esecuzione, straordinaria la longevità dei pezzi disegnati : moltissimi ancora oggi in produzione. Non riedizioni dunque, e va decisamente segnalato, ma oggetti eterni nella loro ottimale risposta a una funzione, nel loro gusto sicuro e in qualche misura sovrastorico.

Traduction

Ayant atteint l’âge des grands sages, Luigi Caccia Dominioni célèbre son quatre-vingt-neuvième anniversaire avec une exposition à Vérone au Museo di Castelvecchio: à côté du témoignage d’œuvres historiques, de nouvelles œuvres forment une ouverture significative au travail hétérogène de l’un des maîtres de l’architecture italienne contemporaine.
Présent dans le panorama architectural italien depuis trois quarts de siècle, Luigi Caccia Dominioni appartient à cette race industrieuse d’architectes lombards tels que Ponti, Muzio, Gardella ou Magistretti, dont le travail est indispensable du fait de leur relation particulière avec leur ville d’adoption. Né à Milan le 7 décembre 1913, le jour de Sant’Ambrogio, Caccia a toujours été le symbole indiscutable du milanais raffiné et minimal, ouvert à la fois au nouveau et attentif aux racines, avide de nouveauté mais ayant besoin d’un environnement apparemment intemporel et hors mode.
Diplômé de l’École polytechnique de Milan en 1939, il fait ses débuts avec Livio et Piergiacomo Castiglioni dans le domaine du mobilier et du design. Il suscite l’intérêt et l’admiration d’un maître tel que Gio Ponti qui le présenta en 1941 aux lecteurs de Stile comme exemple d’un dépassement du rationalisme par le caractère «évocateur» de son architecture intérieure: une fois devenu réalisateur, écrit Ponti, l’architecte «interprète et donne voix à un personnage». Fabriqués avec un raffinement d’exécution sans précédent et des matériaux pauvres (jute, futaine, osier, etc.) souvent utilisés en raison des contraintes de l’autarcie, ses meubles constituent une anticipation convaincante de cette idée du design comme valeur ajoutée (qui distinguera la saison dorée du Design italien des années 1950). Entretenant un lien étroit avec l’architecture, l’aventure d’Azucena prend vie. Il s’agit d’une société de production d’objets d’ameublement, créée en 1947 dans le but de «garantir les compléments nécessaires aux environnements déjà aménagés des bâtiments des anciennes familles milanaises sans se placer en opposition avec la tradition si polémique »
En tant qu’architecte, Caccia a fait ses débuts cette même année (1947), avec la reconstruction de la maison familiale située Piazza Sant’Ambrogio où il vit et travaille encore: essai anticipatif de la poétique des «préexistences environnantes» théorisée plus tard par Rogers dans Casabella. Depuis lors, sa production s’accélère de façon miraculeuse: les immeubles d’habitation en céramique de Via Ippolito Nievo, le bâtiment Piazza Carbonari, l’usine Loro & Parisini, l’institut Via Calatafimi, le couvent de Via Maroncelli, les immeubles de bureaux de Corso Europa, les villas isolées de Via Cavalieri di San Sepolcro et de Via Gesù, les constructions de Via Massena et de Via Vigoni, la restructuration de l’Ambrosiana, l’église San Biagio de Monza et les Cartiere Binda sous la tour Velasca… Un carnet de travail intense et frénétique lequel, à cause de la réticence de l’architecte à historiser, s’estompe dans le mythe d’un répertoire infini. Bien entendu, il ne s’agit pas d’un problème de quantité, mais de qualité, et pas seulement parce que tous les bâtiments mentionnés sont des repères du Milan moderne, mais aussi pour le rôle extraordinaire d’inventeur et de réalisateur que Caccia joue dans la construction de l’identité de Milan. Dans le Milan incertain et rampant de l’après‑guerre et du miracle économique, Caccia Dominioni a imaginé une idée de la vie comme trait distinctif d’une bourgeoisie à la recherche d’un auteur. Renouvelant l’image du contenant domestique et du lieu de travail, il a conçu avec succès le type de l’édifice d’habitation milanais, en construisant des bâtiments s’intégrant dans l’environnement urbain sans recourir à des ruptures. Mais le «style» de Caccia ne se situe pas uniquement dans la recherche bien connue d’un équilibre méticuleux : son attitude envers une architecture modelée sur les modes de vie s’est en fait élancée à partir de concepts d’illusionnisme spatial pour aboutir à un vrai parcours organique de l’habiter. Par l’abolition de la loi de l’angle droit, Caccia fait preuve de vision néanmoins tempérée par un solide pragmatisme. Fort de toutes ses raisons, on aperçoit ce caractère visionnaire en particulier dans les grands dessins préparatoires à travers les lignes pâteuses des crayons et des couleurs qui ouvrent à une conception presque animiste de l’espace.

Le design de Caccia Dominioni pour Azucena

En septembre 1947, Luigi Caccia Dominioni fonde ‑ avec Ignazio Gardella, Corrado Corradi dell’Acqua, Maria Teresa et Franca Tosi ‑ la petite société Azucena. Azucena tire son nom du teckel de Corrado Corradi et a pour objet de produire du mobilier, des objets et des lampes en petites séries, initialement pour meubler l’architecture construite par Caccia et Gardella. En réalité, il s’agit de pièces destinées à combler le vide (physique et psychologique) provoqué par la guerre en constituant un éventail de produits faisant fi des formes du passé sans renier ses valeurs. Ce sont les soeurs Tosi (belle-soeur de Gigi Caccia) qui sont responsables de la production et de l’organisation commerciale.
Aujourd’hui, cinquante‑cinq ans plus tard, Azucena apparaît comme le paradigme d’une méthode autrefois typiquement italienne mais aujourd’hui oubliée qui menait de l’architecture intérieure au design. Chaque objet est né d’un besoin spécifique des logements, vérifié au cours du projet (d’où les noms de lieux souvent adoptés: Montecarlo, Arenzano, San Siro), mais que l’on pensait pouvoir être généralisé à d’autres situations similaires et il méritait donc d’en préserver la mémoire.
La relation entre la conception et l’exécution est extraordinaire, tout comme la longévité des pièces conçues : beaucoup sont encore en production. Il faut bien le préciser : ce ne sont donc pas des rééditions mais des objets éternels dans leur réponse optimale à une fonction, dans leur goût sûr et une certaine intemporalité.


Texte original : BERIZZI CARLO, ARCHITECTURAL gUIDE, MILAN. BUILDINgS AND PROJECTS SINCE 1919, DOM PUBLISHERS, 2015, P.122.

A few years after the completion of the building on Via Nievo, Caccia Dominioni designed a residential complex near Via Massena on a plot of land adjacent to the Bompiani garden. The desire to work with the natural environment of the park and draw inspiration from this setting led to the misalignment of the building from the road, with which it forms an angle.
The building is clearly divided on its central axis into two parts : the living rooms and a section of the bedrooms are located facing west and overlooking the park, whereas the service areas are situated on the eastern side. This separation of functions is also evidenced in the different treatment of the facades. The facade overlooking the natural environment of the park is covered in ground plaster, and continuous railings follow the lines given by the volumetric nature of the facade. The large floor‑length windows ensure continuity between the interior space and the outside, imbuing the residencies with an ethereal feel as well as providing stunning views for the occupants.
The floor‑length windows are obscured by a system of wooden sliding shutters. On the services side, the building’s towering presence is emphasized by its continuous cladding with hexagonal clinker brown tiles, interspersed with five large vertical marks corresponding to two rows of aligned windows. The system of loggias that serve as a service entrance with clinker sunscreens draw inspiration from the honeycomb design.
The elevator shaft allows light to permeate the staircase. The entrance, as is often the case with buildings designed by Caccia Dominioni, is located a level bellow via Massena.

Traduction

Quelques années après avoir fini le bâtiment Via Nievo, Caccia Dominioni dessine un complexe résidentiel près de la Via Massena sur un terrain adjacent au jardin Bompiani. La volonté de travailler avec l’environnement naturel du parc et l’inspiration qu’il y puise l’amène à décaler l’alignement du bâtiment avec la rue et former un angle.
Le bâtiment est clairement divisé en deux parties selon son axe central : les séjours et une partie des chambres sont situés face à l’ouest en vue directe sur le parc tandis que les espaces de service sont situés du côté est. Cette séparation des fonctions est aussi mise en évidence par un traitement différent des façades. La façade donnant sur le parc est simplement enduite couleur marron, et un garde corps continu suit sa volumétrie générale. Des baies toute hauteur assurent la continuité entre espace intérieur et extérieur, donnant un sentiment de transparence en même temps qu’il offre des vues éblouissantes pour les occupants.
Ces baies sont protégées par un système de volets coulissants en bois. Du côté des espaces de services, la présence imposante du bâtiment est accentuée par un revêtement continu de tomettes hexagonales marron foncées, entrecoupé de cinq larges bandes verticales correspondant à l’alignement des fenêtres groupées par deux. Les loggias qui servent d’entrée de service aux logements sont occultées par des claustras dont le motif, en forme de tomettes, puise son inspiration dans le dessin des ruches d’abeilles.
La trémie d’ascenseur permet à la lumière de pénétrer dans la cage d’escalier. L’entrée, comme c’est souvent le cas pour les bâtiments dessinés par Caccia Dominioni, est située en dessous du niveau de la Via Massena.


Texte original : FEIERSINGER MARTIN & WERNER, ITALO MODERN 1 ARCHITECTURE IN NORTHERN ITALY, 1946-1976, PARK BOOKS EDITION, 2016, PP.138-141.

The ten-story block located on the edge of Giardino Valentino Bompiani has a bi‑partite structure : the half of the building facing the park is distinguished by balconies, floor‑to‑ceiling glazing, shutters and stucco walls. Caccia Dominioni’s detailing of the other half draws on a design of an orphanage that he began working on in 1948 : the facade is composed of hexagonal tiles and hexagonal brick grilles. Despite this formal dichotomy, through his color scheme the architect attained a homogeneous overall impression. The apartment building’s ceramic skin extends all the way to the ground : there is no separate base detail.

Traduction

Le bloc de dix étages situé sur le côté de Giardino valentini Bompiani possède une structure bi‑ partite : La moitié du bâtiment côté parc se distingue par ses balcons, ses ouvertures toute hauteur, ses volets et ses murs couverts de stuc. Caccia Dominioni recrée de l’autre côté un design déjà employé pour un orphelinat sur lequel il travaille en 1948 : la façade se compose de tomettes hexagonales et d’une grille hexagonale. En dehors de cette dichotomie de forme, par son emploi des couleurs, l’architecte s’attache à créer une impression générale d’homogénéité. La peau en céramique du complexe résidentiel s’étend jusqu’au sol : il n’y a pas de détail marquant au rez-de-chaussée.

Par Léa Coulomb et Daniel Masia

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